“L’eleganza del pizzo” al teatro Coppola di Catania

La mafia che intrattiene a cuor leggero

Il 21 e 22 maggio, al teatro Coppola di Catania, è stata messa in scena la commedia “L’eleganza del pizzo” della giovane regista Valentina Sardo. Il titolo gioca sull’ambivalenza della parola pizzo.

La scenografia è un altarino con una Madonna illuminata e un divano con un comò pieno di cianfrusaglie che fanno da sfondo non a una narrazione vera e propria, quanto a un susseguirsi di scene che si rincorrono e si riallacciano in déjà-vu che lasciano la sensazione di non portare da nessuna parte.

Il tema trattato è delicatissimo del resto la stessa Sardo riferisce che il suo non è un “teatro sociale”. Portare in scena la mafia, cercando di deriderla, è stata insomma un’impresa ardua. Col rischio, grosso, di presentarla soltanto come un fenomeno folkloristico.

Un giovane in pantaloncini con la scritta “Fozza Catania” sul petto apre lo spettacolo sottolineando come “in questa città non accada mai nulla”, talmente nulla che il rischio di innamorarsi del vento è sempre dietro l’angolo. E si accascia sul divano a leggere fumetti, impassibile di fronte alle scene che gli scorreranno davanti. Zio Gioacchino è il boss della situazione, affiancato dai suoi picciotti, Nunzio e il parroco Don Leonardo. Sniffano cocaina, giocano a carte, si fanno intrattenere da donne suadenti. Ad un tratto si capisce che sono in carcere, quando arriva Minicu e gli viene chiesto di pagare la lampa dell’amicizia e della tranquillità, ossia il pizzo che si pagava originariamente in galera in cambio di protezione. Per un attimo si ha l’impressione che Minicu possa essere un temerario: si rifiuta in modo risoluto di pagare il pizzo. Ma qualche istante dopo si rivela uno dei picciotti di zio Gioacchino, irriconoscibile a causa della barba e del tempo trascorso. I due si ritrovano e si abbracciano. La famiglia è riunita. Il picciotto viene presentato a Don Leonardo come un talentuoso con una carriera già avviata: “Ha già fatto una dozzina di pellicce!”. Minicu stesso spiega al prete che le pellicce sono una metafora per intendere la pelle umana. Ha ucciso almeno dodici persone e lo dice fiero, tra una sniffata e un balletto da schizzati.

C’è pure un momento in cui Zio Gioacchino spiega che l’onore è una scelta di vita, un’idea fissa che si decide di portare avanti ad ogni costo perché “altrimenti meglio il carcere o la morte”. Non c’è una vera e propria stigmatizzazione della mafia: c’è il tentativo di mettere in ridicolo i boss, distorcendo, dilatando, esagerando i loro atteggiamenti. In certi momenti sembrano dei partecipanti di qualche reality show, che si esibiscono per il gusto di apparire come i duri della situazione, ottenendo invece un effetto buffo. L’eleganza del pizzo in certi momenti ha fatto ridere. Ma si può ridere della mafia? Probabilmente il pubblico siciliano che tra mafia e mafiosità ci vive si porrà questa domanda, ma altrove? Quali conclusioni rischierebbero di trarre?

La Sardo sostiene che “Il mezzo teatrale necessita l’utilizzo di certi canali. Presentando certe scene in modo serioso non avrebbero attecchito nella memoria del pubblico. Raccontare la nostra terra attraverso il teatro è un modo per strapparla via dall’assuefazione a certi atteggiamenti che ormai non suscitano più nessuno scalpore, tanto sono radicati”. Non c’è il rischio di consolidare questa assuefazione continuando a pescare nel calderone dei “miti e luoghi comuni della mafia”, quindi nel classico padrino che ha fatto una scelta di vita e che farà i conti con Dio una volta giunto nell’aldilà?

Qualche sprazzo di denuncia, disseminato qua e là, in realtà c’è. Toccante il monologo di Rita Atria che urla il suo rifiuto verso la famiglia, verso un rispetto legato al terrore, a delle tradizioni che ti vogliono imbalsamato in qualcosa che non cambia mai, come sabbie mobili che risucchiano. Rita sceglie il suicidio a tutto ciò. Vincenzina Bagarella si chiede invece se Dio li perdonerà mai, se arriverà il giorno in cui avere un certo cognome non peserà più e si sarà finalmente liberi di essere delle persone normali.

In questa commedia si percepisce quasi il timore di non ferire il pubblico. Con che cosa? Con ciò che è accaduto e continua ad accadere davvero? La priorità sembra quella di mantenere un tono leggero sino alla fine, quando gli attori salutano tra palloncini e leccalecca sulle note di una canzone di Cristina D’Avena “L’isola che non c’è”. Alcune citazioni di Pippo Fava non sono bastate a risollevare il messaggio complessivo di una commedia che non ha fatto i conti con l’isola che invece c’è: la nostra.

Trascinanti gli attori in scena: da Sebastiano Barbagallo a Paolo Zodiguagenti, da Stefania Bonanno a Roberta Naro Amato, da Diego Rifici a Vincenzo Ricca fino a Giovanni Bonaventura, tutti molto professionali nonostante la giovane età. Il vero spettacolo sono stati loro!

 

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