Contro ogni pregiudizio

Sedef Cakmak, attivista LGBT dal 2004, è la prima politica gay eletta in Turchia.

L’omosessualità non è reato in Turchia, e tuttavia chi appartiene allo spettro LGBT si scontra contro pregiudizi e pressioni in famiglia, sul lavoro e in società al punto da preferire, molto spesso di nascondere la propria identità sessuale.

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Dopo anni di leggeri passi avanti, la comunità LGBT si trova a subire le stesse pressioni delle altre minoranze che non si uniformano ai valori tradizionali musulmani e alle vedute politiche dell’AKP, il partito del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Sedef Cakmak ha deciso di candidarsi dopo le proteste di Gezi Park, quando il principale partito di opposizione, il CHP, e il partito filo-curdo HDP hanno aperto le porte alle minoranze, fino ad allora non rappresentate, nella politica ufficiale.

Sedef è stata eletta assessora per il CHP nel comune di Besiktas, uno dei distretti più moderni e attivi di Istanbul.

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Il suo lavoro consiste principalmente nello sviluppare strategie d’inclusione che vedano tutte le minoranze rappresentate non solo in Comune, ma nella società turca in generale.

Personalmente, non credo che la società in sé abbia grossi problemi con le minoranze. Il problema è la politica: storicamente la politica turca ha escluso le minoranze, specialmente le religiose ed etniche. E adesso abbiamo pure una minoranza sessuale in un Paese, dove il sesso è ancora un tabù che non sappiamo come spezzare.

Com’è cambiata la situazione dopo il fallito colpo di stato?

La notte del tentato golpe ho temuto un massacro che avrebbe innescato una guerra civile, ma per fortuna così non è stato. Purtroppo, subito dopo è iniziata una caccia alle streghe e, con la proclamazione dello stato di emergenza, molte persone vengono fermate dalla polizia senza che venga dato loro il diritto di vedere i propri avvocati. Da tempo il governo fa a pugni con lo stato di diritto e ora sta facendo il possibile per liberarsene. Per questo è nostro dovere continuare a sottolineare quanto sia importante lo stato di diritto ed avere leggi che proteggano tutti i cittadini, non solo chi vota per un certo partito. La legge deve garantire i diritti di tutti e lo Stato deve essere un’entità democratica la cui responsabilità ultima è proteggere i cittadini tutti. La nostra missione è continuare a ricordare al governo l’importanza della legge, di una legge, uguale per tutti.

In questo clima difficile, come vede il futuro della Turchia?

Sono speranzosa. Dopo il fallito golpe, sapevamo tutti che il partito al governo, che è costituito da politici consumati, avrebbe sfruttato la situazione per eliminare i rivali, ma non ho perso le speranze perché il processo è ancora in atto e la situazione potrebbe cambiare in qualsiasi momento. Siamo al crocevia e l’alternativa è diventare più democratici o più autoritari: qualsiasi sia il risultato, continueremo a batterci per la democrazia. Il problema principale della politica in Turchia e che è completamente declinata al maschile.

Il secondo problema è che usa un linguaggio che diffonde odio e accentua le divisioni all’interno della società. Naturalmente si hanno rivali in politica e si tende a sviluppare una retorica del “noi” e “loro”. Ma in Turchia questa tendenza ha raggiunto livelli tali da minacciare la coesione stessa della società. Il governo sta diventando sempre più autoritario ed è comandato da un solo uomo: il sistema politico e l’intera società vengono plasmate secondo i bisogni politici di una sola persona.

Dobbiamo cambiare questo culto del leader e sviluppare un’idea più democratica della politica, come è successo con le proteste di Gezi Park, che non hanno avuto un leader ma hanno espresso il bisogno di democrazia di gruppi tra loro estremamente eterogenei. La lezione di Gezi Park è stata preziosissima. Dobbiamo imparare a capirci, anziché demonizzarci a vicenda, a rispettarci, invece di considerarci nemici a seconda dei gruppi di appartenenza, dobbiamo essere inclusivi e pensare a come poter coesistere nonostante le differenze.

In Turchia, purtroppo, ogni gruppo spera che gli altri gruppi scompaiano. Se, piuttosto che temere “l’altro”, imparassimo a conoscerlo, vinceremmo le nostre paure e riusciremmo a costruire una società più tollerante e democratica. Ma nonostante le difficoltà, credo nel futuro, perché la Turchia è un paese strano e non si sa mai cosa possa succedere, anche a breve termine. In più, attraverso il mio lavoro, ho conosciuto persone molto in gamba che lavorano senza sosta per migliorare la vita di tutti e che m’ispirano nella lotta politica per una democrazia migliore.

 

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