6 gennaio 1980, il delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella

Era l’Epifania del 1980 e quel giorno Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, non aveva la scorta. La mattina, però, non volle rinunciare ad andare alla funzione religiosa per quella festività insieme alla moglie e al figlio. In auto ci sarebbero andati, ma appena furono saliti sulla vettura i vetri del mezzo esplosero uccidendo il politico democristiano che voleva riformare la politica scudocrociata allontanando la mafia dagli ambienti della cosa pubblica.

Se in un primo momento si pensò a un assassinio politico di matrice neofascista, poi dalle parole del futuro pentito Tommaso Buscetta emerse un’altra versione. Era quella che indicava in qualità di mandante Totò Riina il quale, a poco più di un anno dal suo omicidio e al surclassamento dei corleonesi dopo la seconda guerra di mafia, ebbe la meglio sulla fazione capeggiata dal “principe” di Villagrazia, contrario all’eliminazione di Mattarella.

Del delitto del 6 gennaio 1980 si sarebbe parlato molto meglio anni a venire in tanti processi. Compreso quello che vide un imputato eccellentissimo, il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti. Secondo quanto sarebbe stato riportato nella sentenza divenuta definitiva, il leader democristiano sarebbe stato informato dall’estate 1979 di quanto si andava tramando. Ma forse pensando di poter tenere sotto controllo i mafiosi siciliani, non avrebbe detto nulla, neanche al diretto interessato.

Quando poi quell’omicidio si consumò davvero, nella primavera 1980 avrebbe chiesto spiegazioni vedendosi però all’inizio dello scaricamento della Dc da parte di Cosa nostra. Tuttavia questi fatti, visto il tempo trascorso da allora a quando fu pronunciata la sentenza, non erano più punibili per la sopraggiunta prescrizione dei reati.

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