Zaki Scafista per caso - I Siciliani Giovani

Zaki Scafista per caso

“Non vedo la mia fami­glia da più di tre anni. Praticamente li ho la­sciati che non sapeva­no niente del mio arri­vo in Italia. Non pote­vano saperlo, nemme­no io lo sapevo”

Queste sono le parole di Zaky, un ra­gazzo di diciannove anni emigrato acci­dentalmente dall’Egitto nel 2010 e ri­trovatosi in Italia come “scafista” di un barcone di migranti. Attualmente vive a Chiaramonte Gulfi, un borgo di poche migliaia di abitanti della provincia di Ragusa: una postazione di confine, ab­barbicata sulle morbide cime dei Monti Iblei, nell’entroterra siciliano sud-orientale.

La famiglia di Zaky vive a Kafr el-Shei­kh, a poche decine di chilometri da Ales­sandria d’Egitto, nella regione del Delta del Nilo. Il padre di Zaky lavora come cuoco a Sharm el-Sheikh: “L’ultima volta che ho visto mio padre è stato soltanto per cinque giorni, quindi praticamente non sto con lui da più di quattro anni.”

Ci siamo incontrati con lui nei giardini comunali, a pochi passi dal centro del Paese. Angela, educatrice nell’area dei minori presso la cooperativa “Nostra Si­gnora di Gulfi”, è stata il nostro aggancio . C’è il sole e fa caldo, si sono aperte le porte alla calura estiva. 

Zaky è seduto su una panchina all’ombra, colto dalla fiacca del primo po­meriggio, ma appena mi vede si alza di scatto e viene a salutarmi. Ci accomodia­mo sotto sotto un cedro, accendiamo il microfono e iniziamo l’intervista.

“In Egitto lavoravo come pescatore. Ogni giorno, partivo dalla mia città su un peschereccio per andare a lavorare. Quella volta eravamo in 14 o in 16 oltre al capi­tano. Prendemmo il largo e lavorammo per un giorno intero. La notte successiva la barca si fermò.

Accanto alla nostra bar­ca se ne fermò un’altra dalla quale inizia­rono a scendere decine di persone. Nessu­no di noi capiva cosa stesse succedendo, nessuno eccetto il capitano: quando una barca esce dal por­to, è il capitano che reg­ge tutto e ordina cosa fare, e quella volta il capitano ci or­dinò di caricare quelle persone e di non fare domande. In totale salirono sulla bar­ca 161 uomini. Se aves­simo saputo, nes­suno di noi sarebbe parti­to.” In una pan­china poco lontano un gio­vane migrante canta, probabilmente sta pensando al suo Paese.

“Restammo in mare per dieci giorni”

“Restammo in mare per dieci giorni, compresi i due giorni di lavoro” – di solito il viaggio dalle coste egiziane a quelle ita­liane ne dura solo sei – “oltrepas­sammo il confine e entrammo in acque italiane, ma ne uscimmo subito dopo. Chiesi perché. Mi fu risposto che se aves­simo iniziato a scaricare le persone dalla barca a quell’ora – erano già le tre di notte – sareb­be uscito il sole e ci avrebbero vi­sto.”

Scaricare il carico di migranti che si tro­va a bordo di un barcone è un’operazione lunga – in genere richiede parecchie ore – e, cosa ben più importante, necessita del buio.

In certi casi può anche capitare che i migranti arrivino su una barca più grande per poi essere smistati dentro barche più piccole, che possono prendere rotte diverse.

“L’indomani riaccendemmo il motore – continua Zaky – diretti nuovamente verso l’Italia, ma il copione si ripeté: entrammo in acque italiane e riuscimmo subito. Chiesi un’altra volta perché. Mi risposero che era arrivata una notizia dall’Italia: la Guardia Costiera era in mare e ci stava cercando. Mi affacciai verso il mare e no­tai una luce rossa: era una nave della Guardia Costiera. Andai a chiamare il ca­pitano.

“Appena il capitano vide la luce…”

Appena il capitano si accorse della luce rossa, ordinò a tutti di andare sotto coperta e di spegnere i fanali della barca. Non appena i fanali furono spenti, al buio, notammo che si erano aggiunte altre tre luci rosse: eravamo inseguiti da quattro navi della Guardia Costiera. Le navi mili­tari ci inseguirono per tre ore, mentre un elicottero sorvolava la nostra barca.

Per fermarci, due navi si misero davanti, pre­sero un cavo e cercarono di inserirlo tra le pale dell’elica. Ma il capitano fu più fur­bo: aspettò che il cavo fosse arrivato all’elica e spense il motore. Poi, superato il cavo, riaccese il motore e ripartì. Non riuscirono a fermarci.

Alla fine, una nave della Guardia Costiera tentò il tutto per tutto: si mise dietro alla nostra barca e con la prua ci ‘salì’ letteralmente addosso. In­tanto dall’elicottero vennero fatti scendere cinque poliziotti. I poliziotti ci perquisiro­no e trovarono le nostre tessere da pesca­tore (delle patenti valide in Egitto senza le quali non si può prendere il largo, n.d.r). Accusati di essere scafisti venimmo arre­stati e portati a Catania.

Noi minorenni ri­manemmo per una notte con la polizia. Degli altri non so cosa ne fecero.”

Zaky si accende una sigaretta: “Ci por­tarono al quarto piano del tribunale mino­rile di Catania. Rimanemmo lì per tre not­ti. Poi il giu­dice acconsentì il nostro trasferiment­o in una comunità e dopo nove mesi ci concesse la messa alla prova”.

La “messa alla prova” è un princi­pio giuridico intro­dotto da pochi anni, attra­verso il quale il tribunale può deci­dere, dopo un col­loquio con l’impu­tato, se con­dannare il ragazzo o sospen­dere il proces­so, affidando il minore ad una comunità.

“Venni affi­dato ad una comunità di Sco­glitti (una località marittima della Pro­vincia di Ragusa, affacciata sul Canale di Sicilia, n.d.r). Conobbi altri ragazzi men­tre fre­quentavo la scuola serale a Vittoria (citta­dina della provincia di Ragusa, con alle spalle una lunga cultura all’accoglien­za, n.d.r). In quattro mesi imparai a parla­re l’italiano. Durante il periodo di messa alla prova lavoravo nelle serre di peperoni a Scoglitti, pagato 25 euro per otto ore di lavoro al giorno. Dopo essere rimasto per un anno e mezzo a Scoglitti sono stato tra­sferito a Chiaramonte Gulfi. Finito il pe­riodo di messa alla prova, mi è stato offer­to un lavoro come operatore all’interno della cooperativa Nostra Signora di Gulfi, lavoro che faccio tuttora.”

“Una volta, a undici anni…”

Zaky ha avuto la fortuna di riuscire a trovare un impiego in Italia, ma non sem­pre il fato è stata dalla sua parte: “Una volta, quando avevo undici anni, stavamo pescando nel mar libico: in Egitto il pesce si trova solo nell’acqua alta e i pescherec­ci egiziani hanno corde e reti troppo corte, quindi devono accontentarsi di pescare nel mar libico, dove i pesci nuotano anche nell’acqua bassa. Dopo cinque giorni di lavoro la barca era quasi piena. Facevamo l’ultima notte e andavamo via, ma uscì la Guardia Costiera.

Ci spararono contro, la nostra barca pre­se a fuoco. Spegnemmo il fuoco e, visto che la nostra barca era più piccola, cer­cammo di seminarli. A un certo punto ci fermammo.

“La Guardia Costiera si avvicinò”

La Guardia Co­stiera si avvicinò. Ci ar­restarono. Io e altri due minorenni venim­mo mandati in una comunità, gli altri in carcere. Dopo un mese ci liberarono. Ri­manemmo in Libia per qualche tempo, aspettando che l’ambasciata egiziana ci desse i documenti, poi tornammo in Egit­to.

Una seconda volta, poi, all’età di quat­tordici anni, tornammo nelle acque libiche a pescare. Venimmo subito bloccati da un contingente della Guardia Costiera, per combinazione lo stesso che ci aveva arre­stati la volta precedente.

Ci arrestarono e ci portarono sulla ve­detta: i grandi venne­ro tutti picchiati. Il poliziotto che si sareb­be dovuto occupare di me, per pietà mi la­sciò stare. Ci porta­rono in Tribunale.

“Ci condannarono a nove mesi”

Il giudice decise di metterci tutti in car­cere, sia maggiorenni che minorenni. Questa volta fu un po’ più duro perché ci condan­narono a nove mesi.

Ogni anno, però, in Libia, durante il mese di Ramadan, il go­verno emette una specie di indulto chia­mato ‘pace’: vengono scelte diverse perso­ne tra tutte le carceri libiche e vengono fatte uscire, anche se non hanno scontato definitivamente la pena.

Con due mesi di anticipo uscimmo dal carcere. Stavolta, però, furono le stesse autorità libiche a parlare con l’ambasciata egiziana per farci avere i documenti.

Ci diedero 150 dinari libici ciascuno (l’equivalente di 80 euro) e un biglietto di sola andata per l’Egitto. Dopo qualche mese mi ritrovo senza sa­perlo su una bar­ca diretta in Italia. Da qui in poi la storia la conosci già”.

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