Scusi, si può entrare?

Si vuole fare un progetto di decoro urbano sul quartiere di San Berillo. La domanda è: dove mettiamo immigrati prostitute e occupanti?

Qualcuno riferisce all’assessore Di Salvo che ci sono i giornalisti, la risposta che l’assessore dà è secca: “Non possono entrare, io non ho invitato la stampa!” e con sguardo sorpreso osserva gli altri, anche loro perplessi e si allontana dal Tavolo con fare teatrale.

 

“Guardi, sono qui da un’ora e mezza” dice qualcuno spazientito, a cui fa eco qualcun altro “ormai stiamo per finire, facciamoli restare”. L’assessore Di Salvo si convince e riprende a parlare.

Ai lavori pubblici di via Biondi si discute su San Berillo, sul piano lucido del tavolo ci sono le mani di chi ha i suoi interessi nel vecchio quartiere: associazioni, imprenditori, mancano però quelle dei proprietari. “Il quartiere è in mano ai privati” − comincia Roberto Ferlito, del Comitato San Berillo, − “nella zona ci sono solo due edifici pubblici”. “E chi sono questi privati?” − incalza Renato Camarda − “Bisogna capire chi sono le forze in campo, facciamo un documento”.

“Il documento è relativo, abbiamo tutti i dati!” − interrompe l’assessore Di Salvo.

San Berillo è ciò che rimane dello sventramento iniziato nel ’57 e finito con la costruzione di San Leone, il nuovo quartiere nella periferia di Catania. A trentamila persone vennero date case con luce e acqua in cambio della loro identità. Spuntò così il corso Sicilia, Catania aveva finalmente le sue banche e un boulevard dal centro fino al mare, coi lupi che passeggiavano di notte.

Ora gli abitanti della parte vecchia hanno paura di chi vuole comprare e guadagnarci: “ci sarebbe spazio anche per le prostitute? E gli immigrati clandestini?” riprende Roberto Ferlito e fa il nome di qualche grosso proprietario: il gruppo Costanzo (Tecnis), i Toscano del Brico e una società immobiliare che ha un importante albergo in centro. Gente che ha molti soldi da investire.

“Potrebbe esserci una speculazione sul quartiere, c’è bisogno di un regolamento”, conclude lui.

Dall’altra parte del Tavolo ci sta Gaetano Russo, camicia a righe e ciuffo ordinato: “Per me speculazione è quando distruggo e ci faccio un palazzo a sette piani. Credo che per evitarla ci siano delle leggi giuste, qui il problema è il degrado, l’igiene”. Russo è il gestore del First, un locale aperto da poco in piazza delle Belle, a San Berillo. Si presenta come un dipendente regionale, che capisce le difficoltà del comune. Per recuperare spazzini e mezzi adatti mancano soldi, c’è “troppa burocrazia. Invece le associazioni, anziché rallentare, dovrebbero prendere la ramazza. In giro vedo addirittura escrementi umani!”. Andrea D’urso, di Trame di Quartiere, lo fissa con occhi spalancati. “E poi lo spaccio” – continua lui – “non occorre fare il tour per vedere il muro del museo Reba, pieno di buchi con dentro le bustine”.

“La droga è un’altra cosa” – risponde Ferlito – “Bisogna reprimere, in accordo con la Prefettura, che finora ha solo ‘spostato’ lo spaccio dalle vie di piazza Teatro a San Berillo. Ma il problema è il gambiano che vende marijuana in via Carro? Per lui ci vuole anche un’alternativa”.

L’incontro prosegue, parla Giusi Milazzo del Sunia, poi Carlo D’Alessandro del Sicet: “Sospendere l’affitto per due anni ai giovani che vogliono iniziare un’attività! D’accordo, lo stesso anche per le prostitute? È un lavoro legale, se si fanno gli scontrini!”. D’Alessandro si interroga un attimo e poi dice: “Beh si certo”.

Si fanno le due e ognuno propone la sua ad alta voce, mentre si alza dalla sedia. “Sì, ci vuole un incontro coi privati, quando? Non saprei, magari in piazza, non in aula consiliare, anzi sì è meglio. Vabè rimandiamo alla prossima volta, il ventotto luglio. Informazioni precise, mi raccomando, identifichiamo le emergenze”.

I presenti si stringono le mani e si salutano, le facce stanche sono rivolte ora verso l’uscita. Fra chi si scosta per raggiungere la porta non si vede Giuseppe: lui occupa una casa in via delle Finanze, ma non è stato invitato. Non c’erano Monica e Ramona e Vasco, assente anche Franchina, sarà rimasta in via Pistone davanti alla porta, a lavorare. Il sole è forte, il caldo non dà pace.

Sarebbe bello se lei per il ventotto si prendesse un giorno di ferie.

 

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