Ragazzi di mafia - I Siciliani Giovani

Ragazzi di mafia

A quattordici anni sono già uomini fatti

Vivono una guerra permanente in un mondo diviso da una trincea. Schierati come soldati: da una parte ci sono loro, dall’altra c’è il Paese.  Sono cresciuti imparando una sola “regola”: quella mafiosa. Prima d’ogni altra cosa viene la famiglia, che nelle loro terre vuol dire ‘ndrangheta

Per conto dei loro padri, latitanti o in galera, hanno chiesto il pizzo ai commer­cianti, hanno trafficato droga, hanno ucci­so. Fa parte delle regole, non si può dire di no, non sono ammessi passi indietro. Alcuni, raccontano, sotto ai piedi hanno tatuate facce di carabinieri, camminano calpestando lo Stato. Uno Stato che non conoscono.

Dalla ‘ndrangheta alla casa-famiglia

Luca – lo chiameremo così – era uno di loro. Il padre fu ucciso in un agguato ma­fioso quando era ancora piccolo, i fratelli sono stati arrestati per omicidio e associa­zione mafioso, uno è al 41 bis, la madre non lo tocca da dieci anni.

Luca è abbandonato a se stesso, recita il ruolo che la ‘ndrangheta gli ha assegnato, si prepara alla stessa sorte scontata dai fratelli maggiori. Passa la notte in compa­gnia di pregiudicati, a scuola non ci va, alla fine la lascia. La madre è una donna stanca, non ha la forza di indicargli una direzione diversa. Passano i giorni, i mesi, gli anni, Luca è ostaggio di un mondo che non ha scelto.

Assoldato nelle schiere di una delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta del reggi­no, legge un copione già scritto. 

La “strada nuova” scelta dalla madre

Finché un giorno viene sorpreso dalle forze dell’ordine con degli amici attorno a un’auto danneggiata della Polizia ferro­viaria di Locri. Il processo per furto e danneggiamento si conclude con l’assolu­zione per carenza di prove.

Il suo fascicolo però viene letto con at­tenzione dai magistrati del Tribunale dei minori di Reggio Calabria. I giudici Ro­berto Di Bella e Francesca Di Landro, su richiesta del pm minorile Francesca Stilla, decidono di emettere un provvedimento – d’urgenza e inaudita altera parte (senza contradditorio con la famiglia contro par­te, rimandato ad un secondo momento) – con il quale Luca «viene affidato al servi­zio sociale per inserirlo subito in una co­munità da reperirsi fuori dalla Calabria, i cui operatori professionalmente qualificati siano in grado di fornirgli una seria alter­nativa culturale». In un primo momento la madre oppone resistenza, non vuole che anche questo figlio le venga portato via.

Quando le viene spiegato che l’allonta­namento del ragazzo non è punitivo ma volto ad evitare che il figlio subisca la sorte dei fratelli e del padre, accetta di se­guire un percorso di recupero , ma soprat­tutto non si oppone a quello programmato nell’interesse del figlio, nella speranza – inconfessata – di evitare quello che anche a lei sembra un destino ineluttabile e al quale non sembra avere le risorse per con­trapporsi. Paradossalmente, anche i fratel­li più grandi del ragazzo incoraggiano la madre a seguire “la strada nuova” indicata da “un giudice che per una volta si inte­ressa di loro”.

Luca è ancora in comunità, tra poco po­trà ritornare a casa. L’apertura ad un nuo­vo mondo è stata graduale; ha avuto inizio nel momento in cui ha capito che qualcu­no si stava prendendo cura di lui e che quel qualcuno rappresentava lo Stato, il nemico per eccellenza. All’inizio del per­corso, voleva essere invisibile agli sguar­di, ai sentimenti, si nascondeva agli altri e a sé stesso. Adesso partecipa agli eventi organizzati dalle associazioni antimafia del territorio in cui vive. Ha cominciato anche a lavorare come volontario in una struttura che si prende cura di bambini disagiati, li aiuta a fare i compiti, ci gioca. Luca ha ripreso a studiare. Periodicamente va a trovare la madre; i loro percorsi procedono parallelamente, quando si incrociano le loro mani, la speranza di un cambiamento smette di essere un’utopia.

Una rivoluzione silenziosa

La  storia di Luca è solo un tassello di una rivoluzione che sta avvenendo in un piccolo tribunale di frontiera. Proprio quello che ha seguito il percorso di Luca. Il presidente del Tribunale dei minori Ro­berto Di Bella, prima gip nella stessa struttura, ha visto passare in quelle stesse stanze i padri e i fratelli maggiori dei ra­gazzi che ora si trova davanti. La confer­ma che la ‘ndrangheta si eredita, e che le famiglie si assicurano il potere sul territo­rio grazie alla continuità generazionale. Una spirale che – spiegano gli inquirenti – bisogna interrompere. Il tentativo  – av­viato con questi provvedimenti, adesso se ne possono contare una ventina – non è la mera sottrazione di questi ragazzi ai boss. Una volta emanato il provvedimento di al­lontanamento, i minori vengono ospitati in case-famiglia, dove educatori e psicolo­gi creano dei percorsi di rieducazione in­dividuali.

Come a dire: spostarli non basta, biso­gna che lo Stato si impegni a fornire una valida alternativa al contesto mafioso da cui provengono. Un percorso che affonda le radici nel dolore di una donna.

La morte di Maria Concetta Cacciola

Tutto inizia nel 2011, dopo la morte di Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia calabrese. Costretta ad abbando­nare la località protetta e a tornare in Ca­labria sotto pressione dei genitori e del fratello (ora condannati per maltrattamen­ti), Cetta è morta il 20 agosto del 2011 dopo aver ingerito acido muriatico.

È sta­to proprio il suo caso a dare l’impulso a questa serie di provvedimenti che allonta­nano provvisoriamente (e in casi partico­larmente gravi) alcuni minori dalle fami­glie d’appartenenza. Famiglie di ‘ndran­gheta. Queste misure, emanate dal Tribu­nale dei minori di Reggio Calabria, hanno in sé una portata rivoluzionaria, proprio in virtù della struttura familiare della mafia calabrese. Si propongono, in­fatti, di spez­zare i legami di sangue su cui si regge l’organizzazione criminale.

La storia della Cacciola e dei suoi tre bambini è un caso limite – come tutti quelli presi in esame – che ha acceso i ri­flettori sull’uso che le famiglie di ‘ndran­gheta fanno dei minori. I figli di Maria Concetta sono stati utilizzati come merce di scambio per far ritornare la donna a Rosarno. Hanno subito violenze psicolo­giche senza pari dai loro nonni diventando protagonisti di una storia così tanto più grande di loro.

Violenze psicologiche

Dopo un’interrogazione parlamentare sollevata dalla deputata del Pd Laura Ga­ravini  (in seguito alla morte di Maria Concetta) il Tribunale dei minori ha ri­chiesto un’indagine da parte dei servizi sociali in casa Cacciola – dove in quel momento risiedevano i genitori di Cetta – per valutare le condizioni in cui i tre ra­gazzini vivevano. I servizi non annotaro­no nessun caso di maltrattamento. L’inda­gine fu  archiviata.

Quando il 4 febbraio del 2012  il gip di Palmi Fulvio Accursio emise  l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Mi­chele Cacciola, sua moglie Anna Rosalba Lazzaro e il figlio Giuseppe, fu chiaro il ruolo che i tre minori avevano avuto nella vicenda. Un mese dopo con un provvedi­mento a firma dei giudici Francesca Di Landro e Roberto Di Bella, i tre minori sono stati allontanati. Il padre Salvatore Figliuzzi ha perso la sua potestà genitoria­le. I tre bambini sono stati in un primo momento ospitati in una casa-famiglia, successivamente li ha accolti una parente.

Le due bambine, affiancate da uno psi­cologo, stanno facendo un percorso di rie­ducazione. Il figlio maggiore di Cetta, or­mai maggiorenne è ritornato a vivere nel suo paese.

Lo stesso provvedimento è stato emesso dal Tribunale dei minori di Reggio per i figli di Giusy Pesce, per consentire ai suoi tre bambini di raggiungere la madre in una località protetta. In questi casi la deci­sione dei magistrati reggini era necessaria, non solo per la tutela dei minori, ma an­che per garantire il proseguimento delle collaborazioni.

Sapere di poter portare i figli con sé, incoraggia le donne ad affran­carsi dalla famiglia d’origine. La ‘ndran­gheta le teme più delle operazioni delle forze dell’ordine. Non solo per la reputa­zione dei clan: ciò che più li spaventa è l’allontanamento dei minori dalle  proprie famiglie. Senza soldati, la ‘ndrangheta che esercito è?

In una delle intercettazioni relative al caso Cacciola, il padre Michele dice: «Avevo una famiglia che… che me la invidiavano. Guarda questi indegni di merda, guarda!  Mi divertivo a guardarli a questi nipoti. Il giorno chi c’era più contento di me, chi c’era più contento di me. Almeno mi hanno lasciato questi, ma mi hai preso la figlia. Oh indegni gli prendete i figli ai padri, ai padri… ai pa­dre gli prendete i figli, dov’è questa leg­ge? Questa legge è? Per combattere a me mi prendi la figlia?! Per combattere a me?!».

La chiusura di un cerchio

Il provvedimento di allontanamento di questi minori rappresenta la chiusura di un cerchio: dalle donne ai figli. Il percor­so è già segnato, a Reggio hanno avuto il merito di intuirlo.

La cosiddetta “primave­ra calabrese”, il fenomeno del collabora­zionismo femmi­nile, è solo l’input di un processo interno alla ‘ndrangheta.

Se i fi­gli sono il motore propulsore della colla­borazione – ma al contempo possono rap­presentarne il tallone d’Achille – su di loro che bisogna concentrarsi per estirpare il problema alla radice. La ‘ndrangheta ha bisogno di uomini: se li garantisce alle­vandoli fin da quando sono bambini. Lo Stato può intervenire su questo nodo, que­sti casi – ci spiegano –  non sono suffi­cienti a scardinare l’intero sistema ma è un inizio.  Ma i giudici da soli non posso­no vincere. Bisogna creare una rete che sia a sostegno di questo percorso.

“Liberi di scegliere”

Con questo obiettivo nasce l’idea di “Liberi di scegliere”, un percorso da presentare al ministero della Giustizia, firmato dal Tri­bunale dei minori reggino, dall’associa­zione Libera-Calabria, dal centro comuni­tario Agape e dalla camera minorile di Reggio Calabria. Il piano coinvolge un’équipe multidisciplinare che vede schierata non solo la magistratura, ma an­che psicologi, educatori e volontari di Li­bera, della Caritas italiana, dell’associa­zione Giovanni XXIII  e di Addio Pizzo Sicilia. Alla base c’è il tentativo di coin­volgere anche i servizi di giustizia minori­le, gli enti locali, gli uffici scolastici terri­toriali e le agenzie di collocamento pro­fessionale.

Se il progetto venisse finanzia­to, spie­gano i responsabili, quelli che ora sono piccoli germogli potrebbero diventa­re al­beri enormi. E toglierebbero la terra sotto ai piedi alle ‘ndrine in Calabria e nel resto del Paese.

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