Palermo di ieri, di oggi e dell’altroieri

“Orlando come un moderno Prometeo incatenato all’emergenza sociale…”

Tante sono le definizioni che si potrebbero attribuire ad una città come Palermo, condannata ad essere importante quinta città d’Italia, custode, invero molto disattenta, di un inimmaginabile patrimonio storico, artistico e ambientale. Una città che millanta continuamente di potere essere al passo con le sue storiche vestigia affondando le sue radici indietro nel tempo per illudersi, e illudere, di poterle gettare perfino oltre le difficoltà del presente.

Forse, si potrebbe parlare di città che “ammutta” (spinge) per dare il senso di una comunità che da una parte fa tanta fatica a riemergere da una storia – antica e recente – di abbandono e saccheggio e dall’altra sa dimostrare una straordinaria vitalità.

Eppure aleggia tra le grandi arterie urbane, come tra i vicoli, qualcosa che è un po’ più di un’illusione. La percezione che questa città, con la sua gente, possa riprendere un percorso che qualche tempo fa la portò – tra tanti limiti, contraddizioni e traguardi mancati – a cambiare indelebilmente il suo profilo, anche conservando i connotati di un ritardo diffuso sul piano socio-culturale.

Gli anni ‘80 e ’90 di Palermo – la cosiddetta “primavera” – non realizzarono certamente tutte le premesse che si erano affacciate prepotentemente alla ribalta nazionale ed internazionale grazie ad una parte della città – non certo maggioritaria, ma quantitativamente e qualitativamente significativa – che decise di prendere per mano un’altra parte più ampia della stessa città per andare oltre la presunta ineluttabilità del dominio incontrastato di un potere politico-affaristico mafioso che sembrava inamovibile.

Meriterebbe più che un pensiero riconoscente tutto quello che, impetuosamente e torrentiziamente, si mosse in quella fase, sicuramente non senza errori, conformismi e sterili protagonismi. Lo meriterebbe quel tempo di rinascita, fosse solo per le contraddizioni che si aprirono nel mondo politico-istituzionale, giudiziario ed economico in quegli anni. Anni come figli rinnovati di una tradizione di riscatto civile e antimafioso non nuova per Palermo e la Sicilia.

Ma poi venne il Sindaco Cammarata e le sue giunte caratterizzate, con riconoscimento unanime, per la vocazione allo sfascio data, oltre che dai vecchi vizi della politica cittadina, anche da un’evidente inadeguatezza amministrativa e culturale.

Qualcuno, provocatoriamente, affermava che una città come Palermo poteva perfino permettersi un’amministrazione disonesta, ma giammai un’amministrazione demenziale e irresponsabile.

Ma qualcun altro, anche dal campo dei democratici progressisti della città, dovrebbe anche ammettere che Cammarata non è stato solo il frutto avvelenato del berlusconismo, al suo massimo livello di espansione, ma anche il portato di tragici errori, tattici e strategici.

Infatti, la “primavera” si diluì troppo presto in un trend assolutamente negativo che consegnò la città ai nuovi-vecchi dominatori e quel mondo variegato della politica rinnovata, spesso proveniente dalla cosiddetta società civile, magari spesso attiva nell’impegno sociale, sembrò annichilito e pronto a tollerare tutto, dimentico del fatto che ancora poco tempo prima aveva dato l’illusione di un progresso senza ritorno.

L’avanguardia di un blocco sociale complessivamente virtuoso appariva, tutto di un tratto e come nella tradizione, divisa, disgregata e incapace di reagire al nuovo sacco della città.

Eppure non era possibile pensare, anche in quel frangente buio, che Palermo non fosse diversa, anche sotto l’oscurantismo dei pretoriani berlusconiani, fatto anche da ricorrenti faide interne.

Palermo delle rotture e delle speranze si era ancora una volta ingrottata, come i suoi fiumi sotterranei, normalmente assenti per tanto tempo da farne dubitare l’esistenza, ma capaci, nonostante il pesante depauperamento idrico-ambientale operato nel tempo, di riemergere imprevedibilmente vorticosi tra i vicoli e le piazze del vecchio centro storico.

Oggi, sotto la morsa ferrea della crisi economica e del decadimento morale dell’intero Paese, si registra il ritorno al governo della città di un protagonista principale di quella primavera che, piaccia o no, è riuscito a dilatare l’uso comune del termine Sindaco che ormai a Palermo, nel linguaggio comune delle borgate, è sinnacuollando.

Si, Orlando Leoluca ancora Sindaco, protagonista e metafora di una città che non sa andare oltre il suo passato e per sopravvivere non riesce e non può che vivere con il capo rivolto all’indietro.

Eppure la città, anche quella che vive l’orlandismo quasi con un carico di risentimento personale, sa che in questa fase non è possibile prescindere “ru sinnacuollando e del suo bagaglio politico-culturale e di relazioni.

Lo sanno le schiere inferocite dei dipendenti della grande malata partecipata del Comune Gesip, come quelli delle altre Aziende ex municipalizzate Amat e Amia, dove il saccheggio più tristo di irresponsabili amministratori è stato caotico ed incontrollabile.

Lo sanno anche i circoli benpensanti dell’ancien régime borghese cittadino che hanno fatto la solita devastante alleanza con il sottoproletariato urbano per affidare irresponsabilmente le sorti della città a Berlusconi e al suo seguito più screditato e irresponsabile, rintracciabile nel già variegato mondo di nani, ballerini – con il massimo rispetto per i veri nani e ballerini – e di cultori dell’illegalità presenti nel suo partito di plastica.

Orlando come un moderno prometeo incatenato dall’emergenza sociale, più forte che altrove, alla rupe della sua città che deve governare in un tempo in cui la rigida politica delle compatibilità economiche rischia di fare vivere le città, e le loro amministrazioni, nell’affanno costante dell’emergenza che tradizionalmente si propone alternativa all’innovazione dei metodi e dei processi. Un’alternativa ineludibile in una città come Palermo, “condannata” ad essere grande ed importante.

Orlando che sa bene, e non ne fa mistero, di essere maggioranza elettorale, ma anche minoranza culturale.

Orlando che però, forse, non ha ancora dimostrato di avere compreso che caricarsi tutti i bisogni di questa città – tantissimi, variegati e ancora troppo legati alla delega verso qualcuno – richiede uno sforzo di immaginazione, di forte impatto simbolico, ancor più eclatante di quello prodotto nella sua migliore sindacatura del passato.

Basta ricordare l’amministrazione di Orlando che riaprendo il Massimo dopo più di un ventennio riusciva a legare gli aneliti di rinascita di tutta una città ad un Teatro magnificente dove tanta gente, entusiasta di questo traguardo, non aveva mai messo piede e, probabilmente, non ne avrebbe messo mai.

L’Amministrazione che riapriva alla gente – di tutti i ceti ed orientamenti – prima il Palazzo e poi gli angoli più remoti del suo enorme centro storico, ancora degradato e “pericoloso”, non con il dispiegamento di Polizia e Carabinieri, ma con il “deterrente” coinvolgente delle orchestrine locali e multietniche, come degli artisti di strada provenienti da tutto il mondo.

Palermo di Pina Bausch, Wim Wenders e altri artisti innovativi di straordinario talento e prestigio internazionale, che si trasferivano in città dichiarando che Palermo era in quella fase “il posto più interessante dove lavorare e inventare ”.

Oggi, probabilmente, la comprensibile fase di attesa di questa amministrazione sta andando non oltre il giusto, ma oltre il consentito per il semplice motivo che le difficoltà, interne e di contesto, non razionalizzano le aspettative della gente, ma le inaspriscono.

E’ urgente che accanto a timidi segnali di innovativa ideazione si profilino progetti che rappresentino un autentico “colpo di reni” che rimetta alcuni aspetti della città al centro di un concreto immaginario collettivo.

Di esempi se ne possono fare tanti ma, oltre ai segni significativi in atto rappresentati dal rilancio, in termini culturali e d’impresa innovativa, dei Cantieri Culturali della Zisa e dell’intervento turistico – produttivo della valle dell’Oreto, basta ricordarne qualche altro, oggettivamente tra i più qualificati ed importanti.

La valorizzazione per un uso congruo dello straordinario Parco della Favorita e di tutta l’immensa area che corre lungo tutto il profilo sotto il massiccio di Monte Pellegrino. Un’area immensa che rappresenta monumento, pressocché perenne, dello spreco delle opportunità in questa città.

Un waterfront – un fronte delle acque di Palermo – da recuperare interamente e che non riguardi solo l’area portuale, ma tutto il litorale, da est a ovest della città, che, sull’esempio di prestigiose città europee, possa valorizzare una città che ha la fortuna di adagiarsi sul mare in modo epicentrico, per rappresentare un valore e un’opportunità, non per gli immancabili comitati di affari, per tutta la gente che vive e visita il territorio cittadino.

Tutto questo deve partire presto, con buona comunicazione e anche con una razionale e trasparente gradualità, per disinnescare a priori ogni ipotesi di affarismo, camuffato in opportunità per la città – foss’anche il masterplain di Confindustria sullo sviluppo, presentato con grande enfasi qualche tempo fa – e legare idealmente al cammino della città ogni persona, con il suo specifico e le sue aspettative.

Il Sindaco Orlando, dovrebbe semplicemente coniugare, con realismo, due massime famose che ama ripetere spesso.

La prima: “quando ci sono le buone idee, trovare i soldi non è mai un problema“. Prudentemente chiosa la redazione:i soldi non sono il più grosso dei problemi “.

La seconda: “se un sogno è di uno solo, è solo un sogno; se lo sognano in tanti, è la politica“.

Ancora più prudentemente chiosa la redazione: “”potrebbe essere” la politica se il tempo che passa non viene considerato una variabile indipendente“.

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