Misturar: la festa dei Siciliani Giovani, raccontata da una siciliana giovane

 

Sbavaglio

 

di Valeria Grimaldi

Qui le foto di #sbavaglio di DIECI e VENTICINQUE

 

Quando si parla di antimafia, e in particolare dei caduti per mano di mafia, le diverse realtà nate e cresciute in questa nostra disgraziata Italia, dalle più giovani alle più vecchie, tendono a fare buon viso a cattivo gioco. Nel senso che si ha l’impressione, o almeno io ho sempre avuto l’impressione, che alla fin fine emergono più le contraddizioni interne, le gelosie, chi si accaparra il diritto di ricordare e lascia fuori tutti gli altri, insomma: la maggior parte delle volte sembra prevalere chi mostra l’antimafia come una medaglia lucente sul petto, e non chi di antimafia vive.

L’antimafia è un modo di vivere, per citare un amico. Chi vive di antimafia è colui che crede, ferocemente, che ogni singola azione del suo quotidiano è legale; ma non legale nel senso della legge, legale nel senso di ciò che è giusto. Non sempre le leggi prescrivono ciò che è giusto (e particolarmente nel nostro Paese), e dunque combattere la mafia significa innanzitutto porre una particolare attenzione all’eco che ogni nostro gesto può avere nei confronti della collettività, affinchè sia giusto per tutti.

 

“Io ho un concetto etico del giornalismo”, scriveva Pippo Fava trent’anni fa. E trent’anni dopo nessuno ha ancora imparato questa fondamentale lezione. Che l’informazione non ha ragione di esistere senza i cittadini, e i cittadini senza l’informazione non disporrebbero dello strumento principale per farsi garantire la prima e suprema libertà: la libertà di scegliere.

Trent’anni dopo ci sono ancora dei pazzi che cercano di diffondere questo messaggio, e che ancora trovano reticenze e silenzi (per fortuna, la maggior parte di questi sono i riflessi delle medaglie, quindi poco male, diamo le spalle e continuiamo sul nostro cammino).

 

Sabato e domenica scorsa si è svolta la festa “Sbavaglio”, la prima festa dei Siciliani giovani: si, quei pazzi di cui parlavo sopra.

Autocelebrazione?Forse…

Autofinanziamento?Magari!

La parola secondo me più adatta per racchiudere quei due giorni è quella utilizzata da Fanino Grasso, Sebastiano Gulisano e Pietro Orsatti: misturar. “Misturar, si dice in Brasile, per descrivere un accordo fatto bene, dove ogni storia, persona, progetto si miscela con l’altra diventando altro e ognuno più forte”.

Insieme per diventare altro e più forti. Punto di partenza e di arrivo non solo della festa, ma di tutto il progetto della rete: ogni realtà guarda alla propria dimensione, e allo stesso non può fare a meno di tutti gli altri, perché io sono l’altro e l’altro è me, e se cade uno, cadiamo tutti, insieme.

 

Chi scrive è una siciliana giovane (siciliana di nascita e di cuore) che poco più di un anno e mezzo fa si è ritrovata, non in Sicilia ma a Bologna, scaraventata in questo mondo di pazzi, scoprendo di essere pazza anche lei. Scoprendo che i tanti tasselli che hanno composto la sua vita, che ad un certo punto sembravano irrimediabilmente distrutti, si sono ricomposti lungo un filo emotivo che parte da trent’anni fa quando io non c’ero e c’era Pippo Fava, a trent’anni dopo quando io ci sono e Pippo Fava c’è ancora. E tanti nuovi pezzi che a mano a mano vanno a riempire i buchi, e il quadro a poco a poco si completa. Non vi sembra assolutamente straordinario tutto questo?

Bene, credetemi, è quello che mi è successo anche lì, nel meraviglioso panorama del Castello di Milazzo e nella meravigliosa cornice di tante persone che hanno preso la macchina, sfidando tempeste (come gli amici del Clandestino a Modica) e lunghi viaggi, per stare anche solo qualche ora; ma quelle poche ore sono il punto di arrivo di un percorso che dura da mesi, anni, e che ci vede tutti uniti, dal profondo Nord al profondissimo Sud. Non vi sembra straordinario tutto questo?

 

Si, c’è chi ha criticato. Ne ho sentite di critiche, e forse ho anche invogliato a darne perché non siamo perfetti, nemmeno sabato e domenica siamo stati perfetti, e puntiamo sempre a migliorare. Ho sentito dire: “Con tutto il rispetto, gran bella iniziativa ma siamo sempre gli stessi!“.

E si, lo sappiamo di essere sempre gli stessi, tra chi ha vent’anni e chi sessanta. Lo sappiamo benissimo, e già questa ci sembra una gran vittoria, credetemi. Noi sappiamo che a poco a poco la gente capirà, perché già tanta gente, se non la maggior parte, ha capito come dovrebbero andare le cose in questo Paese. Perché siamo stanchi che i migliori di noi (non quelli delle medaglie ma quelli che hanno adottato la filosofia delle “cose giuste”) vengano ammazzati sotto i nostri occhi, fisicamente e moralmente. Primavere ce ne sono state, e hanno portato a qualcosa, anche se impercettibile: il fatto che ci saranno tante estati, autunni, inverni, e poi di nuovo primavere, e noi saremo ancora lì, in piedi, a dire che “domani è primavera, ed è sempre stata la nostra festa”.

 

Festa di quei lupi solitari a cui nessuno ha chiesto di fare il lupo solitario, perché non possono farci niente, lo sono e basta.

La festa di quei lupi solitari, pazzi, che sanno di poter volare.

 

 

I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. […] Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte.

(Riccardo Orioles)

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