Milano da morire

Lì vicino, il giorno dopo la spettacolare azione del “killer dell’aperitivo”, c’è stata una sparatoria tra due macchine in pieno giorno. Un episodio che non ha nulla a che fare con i precedenti, ma che è sintomatico di una situazione che progressivamente sta degenerando.

A preoccupare non è solo il moltiplicarsi degli episodi di violenza, quanto piuttosto l’assenza di risposte da parte della giunta Pisapia, che pure aveva generato tante speranze di discontinuità e rinnovamento dopo oltre vent’anni di destra al governo della città.

O meglio, una risposta è arrivata ed è quasi indistinguibile da quella delle precedenti amministrazioni: elicotteri, polizia e carabinieri a cavallo a fare controlli a tappeto nei parchi e in zona. Una profusione di uomini e mezzi degna di miglior causa e che non risolve affatto il problema quotidiano delle persone.

La spettacolarizzazione della questione sicurezza risponde solo a un’esigenza di immagine politica e al contempo denuncia la subalternità culturale di un’amministrazione che ha confermato fiducia al comandante della Polizia Locale nominato dall’ex vicesindaco Riccardo De Corato.

Quel Tullio Mastrangelo che si è distinto per i rapporti con Giuliano Tavaroli (scandalo intercettazioni Telecom), per la creazione di squadre specializzate come quelle che in borghese davano la caccia ai pericolosissimi “vu comprà” e agli immigrati clandestini o quella specializzata nello sgombero dei campi Rom, insignita addirittura con la massima onoreficenza civica (l’Ambrogino d’oro).

E Mastrangelo continua a guidare la polizia locale nonostante pochi mesi fa abbia cercato di “coprire” uno dei suoi ragazzi che ha sparato e ucciso un uomo disarmato al Parco Lambro.

Ciò che non si vede è proprio l’attenzione per le persone, per il territorio, manca ancora l’intervento sul disagio abitativo che in tanti quartieri genera situazioni esplosive. Alle politiche sociali finora è andato poco e nulla, mentre di lavoro non ce n’è e in tanti si arrangiano come possono. Se la questione sicurezza è inscindibile dalla questione sociale, è facile prevedere che di mese in mese andrà sempre peggio e reati e violenze cresceranno.

Un tema questo che ai milanesi sta più cuore della quotazione in Borsa degli aeroporti, ma rispetto al quale la politica – a destra come a sinistra – è incapace di fornire risposte nuove, innovative. Mancanza di coraggio o mancanza di idee?

Basta allargare l’orizzonte alla Regione, al sistema Formigoni, per capire come nessuno in questi anni si sia messo davvero in gioco, proponendo un’alternativa e dando battaglia e anche oggi – con una giunta regionale screditata e un governatore sotto inchiesta – nessuno si azzarda a dare la spallata finale, a farlo cadere. E‘ un raffinato, machiavellico, calcolo politico o il terrore di perdere posti di governo e di sottogoverno, rendite e fette di potere accumulate in questi anni?

La risposta a questa domanda non può essere univoca, ma è evidente che se la sfida non viene raccolta ora, se non si lavora per smantellare il sistema Formigoni, se gli oppositori si crogiolano all’opposizione facendo calcoli elettorali anziché elaborare proposte credibili e alternative, allora vi è forse una complice inadeguatezza, brodo di coltura ideale per personaggi alla Filippo Penati.

Lo scorso anno la “rivoluzione arancione” aveva portato una ventata di ottimismo in città e ha fatto riscoprire l’impegno e la passione civica e politica a tante persone e a tantissimi giovani.

Dopo un anno e mezzo la sensazione è che solo un eventuale effetto domino innescato dalle dimissioni di Renata Polverini dalla presidenza della Regione Lazio potrebbe spodestare Formigoni dal piedistallo. E per una città che ce l’ha messa tutta per cercare di cambiare registro, non è un bel pensiero.

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