Mai dire mafia: parola di Scelba

Di mafia non si doveva parlare e se qualcuno ne parlava era un deni­gratore della Sicilia…

La mafia non esisteva e basta, ma bi­sognava pur capire chi aveva ucciso de­cine di sindacalisti che lottavano per l’attuazione dei Decreti Gullo sulla ri­forma agraria e chi aveva sparato sui contadini a Portella della Ginestra.

Una vera e propria richiesta di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia non era stata ancora formula­ta, ma la richiesta di verità e conoscenza fu finalmente pronunciata alla Camera dei Deputati per la prima volta il 27 aprile 1948 dal deputato comunista Giuseppe Berti che si riferì esplicitamente alla stra­ge di Portella, all’assassinio di Placido Rizzotto, Calogero Cangelosi e di altri sindacalisti e all’attentato a Li Causi e a Pantaleone durante un comizio nel paese di Calogero Vizzini, Villalba il 16 settem­bre 1944.

Il siciliano e democristiano Mario Scel­ba, da ministro dell’Interno, ebbe a dire che la mafia non costituiva un problema politico, né di ordine pubblico; essa, pur partecipando alle competizioni elettorali (allora esisteva e aveva rapporti con la po­litica!), distribuiva i voti un po’ a tutti i partiti e, secondo lui, in modo assoluta­mente marginale. Si oppose, quindi, nel luglio del 1948, all’istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla mafia, in quanto, secondo lui,  tra politica e mafia non intercorrevano rapporti organici e neppure tra mafia siciliana e americana.

Giuseppe Berti giudicò insoddisfacente la risposta di Scelba e chiese formalmente l’istituzione di una Commissione che avrebbe dovuto indagare sull’ordine pub­blico, sul banditismo, sulla mafia, sui rap­porti tra mafia e politica, sulla magistratu­ra e gli inconcludenti processi contro ese­cutori e mandanti dei numerosi assassinii mafiosi.

Scelba si oppose ancora una volta moti­vando con il fatto che la Commissione avrebbe dato adito a nuove speculazioni politiche e ad agitazioni contro le forze dell’ordine dello Stato.

L’opposizione di sinistra tornò alla cari­ca tra il settembre del 1948 e il giugno 1949 e il deputato democristiano Merlin dichiarò che in Sicilia era il clima e l’ambiente la causa dei disagi sociali ed economici (sic!).

Nel giugno 1949 il nostro Scelba si op­pose per la terza volta alla richiesta affer­mando che in Sicilia c’era un’Assemblea che poteva autonomamente istituirla, come se si trattasse di un problema locale e non anche nazionale.

E per la quarta volta, nel 1951, alla ri­chiesta di Ruggero Grieco e Lelio Basso, l’ineffabile ministro si sbilancia in pro­messe di restaurare l’ordine pubblico in Sicilia dopo che sarà passata la bufera del processo di Viterbo contro la banda Giu­liano, ma di Commissione non ne vuole sentire parlare.

Nel corso della seconda Legislatura, nel 1954, Mario Scelba, da Presidente del Consiglio, respinse la quinta richiesta.

Nel 1956 Girolamo Li Causi tentò per la sesta volta di ottenere l’istituzione di una Com­missione d’inchiesta, dichiaran­do che la mafia non era soltanto un pro­blema di or­dine pubblico, ma anche un elemento or­mai fondante dell’equilibrio sociale e politico della Sicilia e non solo. Ma per il DC calabrese Vittorio Pugliese la mafia era criminalità comune e neppure organiz­zata e allora … meglio lasciar perdere!

Il settimo no arrivò  alla richiesta di Ferruccio Parri, presentata il 27 novembre 1958. Si era in prossimità dei governi di centro sinistra e la richiesta, comunque, cominciò a “contare” politicamente di più.

Parri indicò oltre che la proprietà terrie­ra, anche gli appalti pubblici il colloca­mento dei lavoratori, le banche e le assi­curazioni gli ambiti da esplorare e da in­dagare.

L’anno dopo il socialista Simone Gatto non esitò ad insiste sul nesso tra mafia e politica “la mafia tende irresistibilmente a farsi alleata dei governi, dei partiti di maggioranza, degli stessi organi dello Sta­to”. (in Nicola Tranfaglia. Mafia, politica e affari. Laterza. Bari. 2008. pag. 11)

 L’ottavo e ultimo rifiuto arrivò il 26 aprile 1961 con la relazione del senatore democristiano Zotta che definì la Com­missione “inutile, antigiuridica ed inido­nea rispetto allo scopo da raggiungere”.

Ce ne sarebbero, forse, stati altri se l’Assemblea Regionale Siciliana, devasta­ta dagli scandali e alla ricerca di un’impossibile purificazione, non avesse chiesto, il 30 marzo 1962, al Parlamento nazionale l’istituzione di quella Commis­sione ripetutamente respinta e che, final­mente, s’insediò il 14 aprile del 1963.

Dopo una “gestazione” politica molto travagliata durata ben 15 anni, nacque così la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia: da quel momento insorsero altri problemi, resistenze, reti­cenze, censure e si videro e sentirono tan­te storie che saranno oggetto del prossimo pezzo.

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