3 settembre 1982, il prefetto va a morire

Ha raggiunto un’esperienza tale, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, da sapere di essere un morto che cammina. Lo sa in anticipo rispetto al suo insediamento a Palermo, 100 giorni prima. Da ufficiale dei carabinieri giunto fino al grado di generale, viene dalla lotta al terrorismo e anche in tema di mafia è preparato. E consapevole dei movimenti che in Sicilia stanno cambiando l’assetto di cosa nostra. Un anno prima l’omicidio di Stefano Bontate ha decreto la vittoria di un nuovo clan, quello dei corleonesi, e la seconda guerra di mafia, scatenata dopo quel delitto, prosegue per consolidare i nuovi equilibri.

E poi c’è il patto d’acciaio stretto con i catanesi di Nitto Santapaola, il boss che in giro chiamano il Licantropo. In questo contesto si inquadra l’omicidio di Alfio Ferlito, uomo d’onore che si elimina per compiacere il nuovo alleato. E non importa che il 16 giugno 1982, quando il commando agisce, Ferlito sia già in galera e sotto trasferimento, da Enna a Trapani, scortati da 3 uomini dell’Arma – Luigi Di Barca, Silvano Franzolin e Salvatore Raiti – che muoiono nel conflitto a fuoco insieme all’autista del trasferimento, Giuseppe Di Lavore.

I segni, insomma, sono tanti, tanti di più rispetto a quelli qui accennati. E poi c’è quella frase:

L’onorevole Andreotti mi ha chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato certezza che non avrò riguardi per quell’elettorato a cui attingono i suoi grandi elettori. Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno mafia lo ha condotto a errori di valutazione di uomini e circostanze.

Storie, queste, che però avrebbero dovuto attendere ancora oltre un decennio per iniziare a essere sviscerate a pieno. Intanto Dalla Chiesa chiede risorse, chiede uomini e fondi per combattere cosa nostra. Ma da Roma giungono solo promesse. E allora si sfoga con il giornalista Giorgio Bocca:

Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì.

Però continua, studia la realtà siciliana, fa emettere 87 mandati di cattura, costruisce una specie di cartografia delle famiglie di potere mafioso e si concentra sui patrimoni, intuizione che già negli anni precedenti, a iniziare dal lavoro del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio 1979, aveva iniziato a rappresentare una nuova forma di lotta alla criminalità organizzata. Dunque prosegue, ben consapevole di avere il tempo contato, di essere un prefetto a scadenza.

E l’ultimo giorno arriva il 3 settembre 1982, in via Carini. Il generale è a bordo di una modesta A112 e con lui c’è la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, 32 anni. Alla loro utilitaria si affianca un’auto di grossa cilindrata, una Bmv da cui sporgono fucili d’assalto che iniziano a sparare sulla coppia uccidendo prima la donna e poi il prefetto. Viene falciato anche il solo agente che la scortava, Domenico Russo. Le modalità che portano all’omicidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente sembrano la perfetta rappresentazione di una regola aurea quando si è in guerra: isolare per colpire più facilmente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Si informano i lettori che i commenti troppo lunghi potrebbero essere considerati SPAM e cestinati in automatico.
Vi preghiamo pertanto di essere concisi nei vostri commenti.