L’nfanzia negata: minorenni nel circuito mafioso

«La mafia teme la scuola più della giustizia – diceva Caponnetto – L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Ma cosa si fa davvero per realizzare queste parole?

Daniele ha nove anni, l’orecchino in diamante, i capelli all’insù, grossi occhiali da sole, la giacchetta in jeans. Abita a Catania, a San Cristoforo. Se chiedi a qualcuno come sia il suo quartiere, ti risponderanno che non si tratta proprio degli Champs-Elysées, ma se chiedi a Daniele, San Cristoforo, è tutto il suo mondo. Lì c’è nato, ci sono i suoi amici, quelli dei quali può fidarsi, quelli con i quali, ogni giorno, impara a conoscere la vita. È un ragazzino acuto, intelligente, ama definirsi “bimbo tosto”, sempre forte e vincente. Ti mostra la foto della sua fidanzatina dal cellulare all’ultima moda, poi, quasi malinconico, dice: «mi lassò» e in uno scatto fiero d’orgoglio aggiunge: «ma uora mi n’attrovo una chiù bedda», “ma ora ne trovo una più bella”.

Nel parlargli noti subito che è diverso dai suoi coetanei, nel suo perfetto dialetto riesce a disarmarti con considerazioni taglienti che vanno aldilà delle tue convinzioni morali, dell’educazione che hai ricevuto, dell’idea che hai di quel che dovrebbe essere poco più che un bambino. Perché Daniele è già quasi un adulto, e se gli spieghi chi era Falcone, lui, con il padre in carcere e una giovane mamma rimasta incinta quando aveva poco più della sua età, ti risponde: «Ah. Noi stiamo dall’altra parte». Ma perché – ti domandi – esistono “parti”? E un bambino così piccolo come fa ad aver deciso da che parte stare? Chi ha deciso per lui?

Secondo i dati Istat in Italia i minori sono circa 11 milioni ma dalle stime ufficiali ne rimangono fuori circa 5 mila non regolarmente scritti all’anagrafe perché figli di clandestini od oggetto di tratte illecite. La maggior parte di questi ragazzi, secondo il rapporto finale sulla tratta dei minori di Save the Children, quando non sono oggetto di adozioni illecite e vendita d’organi, finiscono per essere indotti all’illegalità attraverso prostituzione, accattonaggio, furto e spaccio. Simili reati coinvolgono anche i loro coetanei italiani che vengono utilizzati dai locali affari mafiosi principalmente per vendita di sostanze stupefacenti e furti, reati seguiti da rapina ed estorsione.

Lontani dalle beate illusioni infantili, scrigno dei sogni che fa desiderare tutti gli altri bimbi di diventare, da grande, una ballerina o un astronauta, questi ragazzini imparano troppo presto a conoscere tristi realtà che a così giovane età dovrebbero essere semisconosciute. Così accade spesso che la durezza della vita e gli adulti decidano che Daniele non ha “solo” nove anni, ma ha “già” nove anni e non può permettersi di fare “u picciriddu”, il bambino.

Uno dei motivi per cui la mafia riesce ad avere un così alto riscontro fra i giovanissimi risiede nell’alto tasso di povertà di alcune zone del nostro paese. Le analisi dell’Eurostat dimostrano che l’Italia è uno degli Stati europei a più alto rischio di povertà minorile.

Davanti solo a Romania (33%) e Bulgaria (26%), in Italia un minore su quattro vive in condizioni economiche precarie. «Il problema della povertà non è sempre legato alla criminalità, ci sono delinquenti ricchi e poveri onesti» dice Roberta D’Agati, educatrice di minori in condizioni di disagio, «tuttavia è indubbio che gli alloggi meno costosi si trovino in zone disagiate creando, così, dei veri e propri ghetti dove diventa facile divenir strumento degli interessi mafiosi».

Il modo più efficace per dare un futuro a questi bambini è dotarli di un’istruzione adeguata, ma «le loro possibilità di continuare gli studi oltre le scuole d’infanzia sono davvero minime» aggiunge D’Agati, «spesso questi minori hanno ottime capacità di apprendimento e se potessero proseguire gli studi si troverebbero sicuramente bene ». È chiaro, allora, che la scolarizzazione diventa fondamentale perché spesso i ragazzi nelle medesime condizioni sociali di Daniele solo nella scuola trovano un luogo che parli loro un linguaggio umano diverso da quello che sono soliti ascoltare. Ma l’Italia, con tagli sempre più incisivi al mondo dell’istruzione, sembra essere sorda agli insegnamenti di Caponnetto che ammoniva: «la mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

Una scuola, quella dell’obbligo, dove manca una mirata e costante educazione alla legalità. Le associazioni, come quella di Addiopizzo, che si occupano di sopperire a queste mancanze con continui progetti, nonostante l’impegno e la tenacia, non possono colmare fino in fondo così forti carenze educative.

Nelle zone a rischio la dispersione scolastica è dovuta anche ad un’alta percentuale di ragazzine che va incontro a precoci gravidanze. Non è infatti un caso se il 74% delle madri minorenni consegue solo la licenza media inferiore e se la percentuale delle piccole madri si mantiene parecchio bassa in tutta Italia innalzandosi notevolmente nelle regioni socialmente più a rischio di Sicilia, Puglia e Campania.

Di ragazzini come Daniele ce ne sono tanti nelle zone difficili di ogni città e sono spesso considerati un fastidio, perché i “bimbi tosti”, quelli che vivono nei quartieri dove nessuno osa entrare, quelli con l’orecchino, i capelli col gel, la scaltrezza e gli occhi disillusi di un adulto, sono i ragazzi che nessun genitore vorrebbe in classe col proprio, beneducato, figliolo di buona famiglia. I ragazzini come Daniele non vengono accompagnati il pomeriggio da mamma e papà a lezione di pianoforte, perché quelli come lui crescono per strada e il loro centro sportivo è un pallone scassato fra calcinacci di cemento.

I ragazzini come Daniele ad occhi borghesi sono solo piccoli delinquenti che sicuramente prima o poi finiranno per commettere qualche reato, quindi è meglio starne lontani. Eppure, in Daniele, quando non puoi ignorarlo perché lo incontri per le vie “buone” del centro, quasi come se avesse invaso uno spazio che non gli appartiene, c’è qualcosa di fastidioso che non riesce proprio a fartelo passare indifferente. Quella molesta punta di disturbo è il suo bellissimo sorriso. Quel sorriso ti urla prepotentemente che, in realtà, oltre i tuoi sguardi schivi e la sua vita non facile, Daniele è davvero solo un bambino. E tutti, una volta nella vita, hanno diritto d’esserlo.

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