“L’Italia ripudia…”

Un sindaco fedele

Una bandiera arcobaleno e cinque parole, “L’Italia ripudia la guerra”: ecco quanto basta in Italia per “dare scandalo”, oltragg­iare generali che scappano sdegnati, mobilitare ministri a con­danna di un “gesto demenziale”, scuotere coscienze, ac­cendere polemiche, riportare il dibattito politico sulle spese militari per la “difesa” che contribuiscono all’attacco dei beni comuni come la scuola e la sanità pubblica. Quel simbolo e quelle parole usate dal sindaco Renato Accorinti a Messina vanno bene per i cortei, i riti di piazza, le messe in parrocchia ma non per un discorso pub­blico in occasione del quattro no­vembre, la “Festa delle Forze Armate” che i pacifisti abituati a leggere la storia con gli occhi dei perdenti considerano una giornata di lutto per i 650mila cadu­ti della prima guerra mon­diale, con un milione di mutilati e feriti.

Duemila “torri gemelle” messe assieme per una “inutile stra­ge”, come fu definita da Papa Benedetto XV, che avremmo potu­to evitare rinunciando a Trento e Trieste, che contavano all’epoca un numero di abitanti pari a quello delle vittime. per capire la portata della tragedia associata a questa ricorrenza, quelli che il 4 novembre celebrano i soldati a suon di fanfara, e si indignano se qualcuno parla di lutto, di pace o di sprechi farebbero bene a ri­leggere gli scritti della gente semplice man­data a morire.

Come questa lettera d’epoca spedita a Viterbo il 14 agosto 1917 da un soldato di 21 anni, pagata con una condanna a 1 anno e 10 mesi di reclusione militare per “insubordinazione” e “lettera de­nigratoria”. In questo testo, recuperato nel volume “Plotone di esecuzione” edito da Laterza, il nostro soldato ventunenne scrive che “la guerra è ingiusta, perché è voluta da una minoranza di uomini i quali, profittando della ignoranza della grande massa del popolo, si sono impadroniti di tutte le forze per poter soggio­gare, comandare e massacrare; che chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono, sono essi i sacrificati, mentre gli altri, i ricchi, riescono a mettersi al sicuro”.

Memore di queste tragedie dimenticate troppo facilmente, sono rimasto molto colpito dal gesto di Accorinti che mi ha aperto il cuore. Ha fatto più lui con una azione simbolica che mille discor­si sui tagli alle spese militari. Se avesse ascoltato i sondaggi, la convenienza, il calcolo elettorale, le tecniche di gestione del con­senso avrebbe fatto un discorso di circostanza con una patina di progressismo. Ma ha avuto il coraggio delle sue idee anche con un ruolo istituzionale, e questa limpidezza restituisce fiducia nella politica fatta di buone idee, ideali e scelte di nonvio­lenza.

C’è chi l’ha chiamata “provocazione”, chi “sceneggiata”, chi “sermone”. Ma basta studiare un po’ la cultura della nonvio­lenza, per capire che quella esercitata in piazza a Messina di fronte alla memoria delle vite di strutte dalla follia della guer­ra è soltanto la forza della verità. Di fronte al ricordo dei cadu­ti in guerra è più “provocatoria” la bandiera della pace o il suono delle trombe, lo sventolio dei gonfaloni, il rullare dei tamburi come se quei morti non fossero già abbastanza e ci fosse bisogno di suonare la carica per produrne di nuovi?

A questa domanda ognuno risponde secondo la sua cultura, la sua sensibilità, i suoi valori e principi. Ma dopo decenni in cui abbiamo accettato nelle istituzioni i simboli e la cultura del co­munismo, socialismo, neoliberismo, leghismo e perfino del cri­stianesimo, non abbiatevene a male se per una rara e inedita con­giuntura storica anche i principi, i valori la cultura e la sen­sibilità condivisi dagli amici della nonviolenza decidono di esprimersi pubblicamente. Forse il potere tornerà ad occupare le piazze di Messina, e un giorno la retorica patriottarda avrà di nuovo i suoi sacrifici umani celebrati da empi sacerdoti di destra e di sinistra. Ma oggi, solo per un giorno, lasciateci sor­ridere sotto il sole di novembre di fronte all’arcobaleno della pace che rende giustizia a tutti i caduti in guerra per la follia autodistruttiva di questa brutta razza umana, da cui vorremmo salvare noi stessi e anche chi ri­schia la propria vita in divisa per colpa del re.

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