L’Expo è ferma ma gli appalti no

A che punto è il più grande evento imprenditoriale (e politico) di Milano? Quali interessi si muovono, quali sono in attesa? L’eredità Moratti pesa ancora sulla città. Ma la nuova classe dirigente potrebbe correre di più

Il tempo gioca a nostro sfavore e i ritardi finora accumulati rischiano di trasformarsi in un formidabile cavallo di Troia nelle mani delle organizzazioni criminali. A scriverlo è la Direzione nazionale antimafia nella Relazione 2011 presentata al Parlamento poche settimane fa. In quelle pagine si rilancia l’allarme su Expo 2015: “V’è il timore che l’approssimarsi delle scadenze imposte dal Bureau di Expo 2015 possano imporre soluzioni accelerate e protocolli d’urgenza che potrebbero seriamente vanificare ogni possibilità di contrasto alle infiltrazioni criminali”. Ecco, se vogliamo fare il punto su ciò che sta accadendo a Milano dobbiamo necessariamente partire da qui, dai ritardi, e dalla fotografia per nulla tranquillizzante scattata dai magistrati della Dna, secondo cui non si registrano novità di rilievo sul fronte delle infiltrazioni “per effetto di una sostanziale paralisi delle attività progettuali e realizzative”. In altre parole, l’Expo è ancora ferma ma la torta degli appalti è sempre lì e fa gola a molti. Anche se il progetto ha perso molti pezzi rispetto alla versione originale con cui Milano ha ottenuto nel 2008 l’assegnazione dell’Esposizione universale dal Bie (Bureau international des Exposition), stiamo pur sempre parlando di oltre 13 miliardi di investimenti diretti e indiretti che potrebbero generare un beneficio economico per il territorio superiore ai 34 miliardi di euro con una creazione di circa 70mila nuovi posti di lavoro nell’arco di 5 anni. Queste almeno le stime attuali di Assolombarda, l’associazione degli industriali che fa capo a Confindustria.

Per sgomberare il campo da possibili equivoci, va detto subito che la nuova amministrazione comunale guidata da Giuliano Pisapia ha ereditato i ritardi accumulati dal centrodestra che fino allo scorso anno aveva tutte le leve del potere in mano (governo nazionale, regionale, provinciale e cittadino) e che è riuscito a perdere oltre due anni in lotte al coltello per le poltrone senza fare nessun concreto passo in avanti su Expo. E va detto anche che la nuova amministrazione di Milano è riuscita finalmente a dare un forte segnale di discontinuità rispetto al passato con l’istituzione della Commissione antimafia cittadina, la cui nascita era stata apertamente osteggiata dal prefetto Gian Valerio Lombardi (lo stesso che nel gennaio 2010 disse alla Commissione nazionale antimafia che “a Milano e in Lombardia la mafia non esiste”) e bloccata dal precedente sindaco Letizia Moratti e dalla sua maggioranza.

Detto questo, però, i problemi restano tutti sul tappeto. Nei giorni scorsi è stato finalmente siglato in prefettura il “Protocollo di legalità” che contiene le linee guida fissate dal Viminale per prevenire le infiltrazioni mafiose in vista dei lavori per Expo e che prevede l’accentramento in Prefettura del rilascio di tutte le certificazioni antimafia per le aziende, anche se domiciliate fuori dalla Lombardia. Tra i punti qualificanti dell’intesa, l’istituzione di una cosiddetta “white list” di imprese a cui i vincitori degli appalti potranno affidarsi con assoluta tranquillità. Si tratta infatti di aziende che si aprono ai controlli antimafia dentro e fuori i cantieri in modo molto più approfondito di quello previsto dalla legge e per questo vengono incluse in uno speciale elenco. Il protocollo inoltre accende un faro specifico sui subappalti, sul reclutamento della manodopera per prevenire il lavoro nero e sulla tracciabilità dei flussi finanziari. E’ la premessa indispensabile per dare il via alle gare d’appalto che avrebbero dovuto svolgersi già più di un anno fa e che – di rinvio in rinvio – non sono ancora partite. E se la cittadella espositiva è in clamoroso ritardo, che dire delle infrastrutture principali che avrebbero dovuto essere pronte per il 2015?

Diverse opere sono state accantonate, come la Linea 6 della metropolitana, altre rischiano di restare solo sulla carta e altre ancora – crisi finanziaria permettendo – saranno pronte solo dopo l’Expo. Lo si legge chiaramente nel Rapporto annuale dell’Osservatorio territoriale infrastrutture che fa i conti in tasca ai cantieri. Per il collegamento ferroviario diretto tra l’aeroporto di Malpensa e il polo espositivo si prevede la costruzione di un terzo binario per 25 chilometri e la risistemazione del nodo ferroviario di Rho: mancano però all’appello 220 milioni, mentre altri 140 milioni (che non ci sono) servirebbero a collegare su rotaia i due terminal aeroportuali. Se tutto andrà bene, per il 2015 della Linea 4 della metropolitana, quella che dovrebbe collegare l’aeroporto di Linate al centro, saranno pronte solo tre fermate, mentre per il potenziamento delle altre linee mancano del tutto i fondi: per la linea Verde ci sono 6 milioni su 477; per la linea Gialla, 9 su 750. Stiamo parlando di infrastrutture necessarie non solo per l’Expo, ma per una metropoli moderna che dovrebbe investire sempre più sul trasporto collettivo e sull’efficienza dei collegamenti. Metropoli che, se tutto andrà bene, dall’Expo dovrebbe guadagnare almeno la riqualificazione della Darsena (l’antico porto milanese), il ripristino di alcune vie d’acqua e una pista ciclabile di 21 chilometri che dai navigli porterà fino a Rho per un investimento complessivo di 17 milioni di euro.

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