Lavora e diventerai come noi (forse) - I Siciliani Giovani

Lavora e diventerai come noi (forse)

Abdou è un meridiona­le come tanti altri. Con una laurea in tasca…

Siamo quasi in primavera. Qui a Torino il sole inizia a fare il simpatico, dopo essersi nascosto tra le nuvole per tutto l’inverno, quasi per gioco, dispettoso nei confronti di chi l’ha chiamato invano. Si sente proprio nell’aria che il tempo è cambiato, lo si può leggere sui volti delle persone che passeggiano in centro; molti di loro, con gioia, hanno riposto la sciarpa e i guanti dentro l’armadio.

Camminare per le strade di Torino è molto piacevole perché è tutto pianeggiante, la fatica si sente poco. Tantissime persone, studenti e lavoratori, vanno in bici. Scorrazzano pedalando veloci sui marciapiedi, quasi sbeffeggiando chi cammina a piedi.

Circa un paio di settimane prima delle ultime elezioni andai al mercato di Porta Palazzo con la mia collega. E’ uno dei più grandi mercati d’Europa. C’è davvero di tutto, i prezzi sono vantaggiosi e la roba è molto buona, basta avere occhio. Le grida, la confusione modello Bombay, gli odori, il cibo, le bancarelle, tutto ricorda la Fiera di Catania. Se mi concentro posso ritornarci col pensiero, immaginando per un attimo che in fondo al mercato ci sia via Etnea e non Corso Regina Margherita.

Dopo aver attraversato il mercato, accettai l’invito della mia collega e salii a casa sua per un caffè. Lei abita in un monolocale, un posto piccolo, ma molto carino, insieme al suo ragazzo. Preso il caffè, andammo a fumare una sigaretta sul pianerottolo davanti alla porta d’ingresso dell’appartamento, per non riempire il monolocale di fumo. E fu allora che conobbi Abdou.

Stava salendo le scale con in mano una busta del panificio: «Ciao, come stai?» fece lui, la mia amica rispose «Bene bene, tu? Ti presAttilio Occhipintiento un mio amico dell’università». Abdou è in Italia da circa sei anni, ha famiglia e da poco ha perso il lavoro. Sua figlia aspetta spesso che la mia amica rincasi, così possono giocare insieme a pallone. Il volto di Abdou è segnato dalla stanchezza, gli occhi sembrano quasi adagiati sulle due grandi occhiaie. Sicuramente dev’essere stata una giornata molto dura. Si appoggia contro il muro e tira un sospiro di sollievo. Forse ha dei dolori alla schiena.

Eravamo a pochi giorni dalle elezioni e Abdou sembrava avere le idee molto chiare:«Deve tornare Berlusconi! Lui è meglio per Italia. Lui ha occhio aperto e occhio chiuso perché lui molto furbo. Ci vuole governo stabile in Paese: cinque, sette, dieci anni Berlusconi». Abdou ha superato la quarantina; nel suo paese, il Marocco, si era laureato in giurisprudenza e qui a Torino, dopo aver fatto il manovale, si ritrova senza lavoro e con una famiglia da campare. «Berlusconi ricco perché imprenditore e allora non ruba soldi di Italia come quello di una volta…come si chiama?! Eh…ecco, Prodi!». Insomma è illogico per Abdou che Berlusconi, essendo ricco, possa trarre profitto dalla politica. Prima di lasciarci, ci dice con convinzione: «Studiate, ma fate studio che serve per mercato…per lavoro, altrimenti difficile è vivere».

Camminando lungo la Dora, affluente del Po, verso casa mia, pensai alle parole di Abdou. Un immigrato che ora non aveva più un lavoro, con una laurea in giurisprudenza che non vale nulla qui da noi e che con rabbia aveva parlato a me e alla mia amica di mercato del lavoro. Pensai alla sua laurea e alla sua attuale condizione nel nostro Paese. Pensai a quante ore avrà passato sui libri.

Passarono i giorni, ci furono le elezioni, con i risultati che ormai noi tutti sappiamo recitare a memoria. Chiesi alla mia amica come stesse Abdou e la risposta fu secca e precisa: «L’hanno sfrattato. Aveva le lacrime agli occhi, poverino».

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