L’acqua salata dei siciliani

Attraverso la rete di adduzione Siciliacque fa confluire l’acqua captata e potabilizzata in grandi serbatoi (uno o più per comune); ad occuparsi poi della gestione del servizio all’interno dell’Ato (9 presenti in Sicilia) ovvero del singolo comune è invece la Società preposta a ciascun ambito, fornendo ogni anno – in base alle stime – circa 90 milioni di metri cubi di acqua potabile, coprendo l’intero fabbisogno delle province di Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna e parte di quelle di Palermo e Messina.

E l’acqua che non viene venduta ai Comuni troppo spesso va dispersa inutilmente. È il caso dell’acqua del fiume Alcantara dove 600 litri al secondo finiscono in mare nei pressi di Giampilieri (ME) e che Siciliacque intende utilizzare per produrre energia elettrica e quindi realizzare ulteriori utili sfruttando il prezioso “bene pubblico”. È stato infatti, già presentato all’Assessorato regionale Territorio ed Ambiente il progetto definitivo per la realizzazione della seconda centrale idroelettrica sul fiume Alcantara – con una capacità di 600 kw di potenza – per la cui costruzione la Giunta Lombardo ha stanziato 20 milioni di euro.

Non sempre però l’acqua che esce dai nostri rubinetti è buona da bere.

Nel marzo del 2009, a ben 23 comuni delle province di Agrigento, Enna, Caltanissetta è stata erogata acqua inquinata da trialometani e manganese. Altamente tossica e assolutamente imbevibile.

La Siciliacque ha chiesto e ottenuto anche una serie di deroghe sui parametri di potabilizzazione e qualità delle acque, aumentando la presenza di arsenico, boro, vanadio, fluoro, cloriti, sodio, cloruri e nitrati.

In compenso le tariffe siciliane, a fronte di un pessimo servizio, sono tra le più alte d’Italia. Ad esempio a Messina – che è già proprietaria di due acquedotti – comprarla dalla società mista – soprattutto per garantire il servizio nei mesi estivi o in caso di guasti – costa addirittura tre volte di più, 66 centesimi contro 25 al metro cubo.

E gli investimenti?

Tra le province si distingue proprio Caltanissetta, dove per la manutenzione e l’ammodernamento della rete gli investimenti da parte del consorzio privato ammontano solo all’1%.

Del resto basta fare una semplice ricerca sulla rete per scoprire che per la realizzazione delle grandi infrastrutture poco più del 70% dell’importo dei lavori proviene da risorse pubbliche mentre il solo 30% dagli investimenti privati.

Ennesima dimostrazione che il privato non ha alcun interesse a migliorare la rete idrica, tanto meno ad ottimizzare il servizio potenziando l’erogazione, eliminando sprechi e dispersione (che in Sicilia raggiunge il 38%). Questo perché nella logica del profitto, si premia lo spreco e non il risparmio.

Più consumi e più paghi, più acqua viene dispersa e più salate saranno le bollette poiché le tariffe dovranno andare a coprire la perdita di materia prima che in tal modo aumenta a dismisura il proprio valore di mercato.

Ovunque le grandi società siano entrate in campo, le perdite sono rimaste le stesse, i controlli di qualità sono spesso diminuiti e magari le tariffe sono aumentate.

E che il privato funzioni peggio del pubblico l’ha detto addirittura Mediobanca che, in un’indagine di qualche anno fa (2009), ha dimostrato che le due aziende pubbliche milanesi, Cap e Mm, hanno le migliori reti d’Italia e le tariffe più basse d’Europa.

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