“La scelta di Lea”

Dove c’era la mafia, ora facciamo assemblee an­timafia. E’ un bel loca­le, quello di viale Jen­ner confiscato ai boss. E’ lì che abbiamo volu­to presentare un libro che fa male ai mafiosi perché parla di Lea

Viale Edoardo Jenner, civico 31, Mi­lano. Da un comune portone in legno mar­rone laccato si accede all’apparta­mento che una volta fu di Giuseppe Ferraro, ‘ndranghetista legato alla co­sca rosarnese dei Pesce, e che, dopo la confisca nel 2006, il Comune di Milano ha adibito a casa di permanenza tempo­ranea per anzia­ni in difficoltà. Attivo dal 1° gennaio 2010, questo apparta­mento è stato uno dei luoghi del Festi­val dei Beni Confiscati che si è tenuto nel 2012 per poi ospitare, alla fine di maggio, un incontro aperto ai cittadini.

Tra le mura che in altri tempi hanno cu­stodito segreti mafiosi è stata raccontata la storia di Lea Garofalo, la te­stimone di giustizia calabrese originaria di Petilia Po­licastro che ha pagato con la vita la deci­sione di ribellarsi alla ‘ndrangheta.

“La scelta di Lea”: è il titolo del libro in cui Marika Demaria, giornalista di Narco­mafie e referente di Libera per la Valle d’Aosta, ricostruisce una storia di dolore, riscatto, dignità e violenza mafio­sa.

Il ra­pimento di Lea, nel novembre 2009, all’Arco della Pace a Milano, il pro­cesso di cui si è appena concluso il secon­do gra­do di giudizio, il dramma ed il co­raggio della ventunenne Denise, figlia di Lea e Carlo Cosco, atrocemente privata della madre – pare – proprio dal padre, e ancora atrocemente privata della sua iden­tità in una vita che trascorre sotto prote­zione, tra aule di tribunale e località se­grete.

Marmo ovunque. Spingi la maniglia della blindata bianca, superi l’uscio e met­ti piede nell’appartamento di viale Jenner: quello che vedi è marmo, marmo ovun­que. Bianco, nero, verde, azzurro. Lussuo­so, barocco, opulento marmo.

La sugge­stione ti assale: catapultata tra realtà e fin­zione cinematografica; la villa del camor­rista Walter Schiavone, figlio di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, e la reggia holly­woodiana di Scarface.

Il caminetto pac­chiano, la rubinetteria vistosa, una grande veranda coperta pre­sumibilmente abusiva. A meno di un me­tro dalla soglia calpesti un grande “FMV” (“Ferraro Mussuni Vincenzo”) inciso nel marmo, è l’omaggio di Giuseppe Ferraro detto “Mussuni”, ‘ndranghetista ex pro­prietario di casa, a Vincenzo Pesce detto ‘U Babbu’, suo ca­pomafia di Rosarno.

L’aria che si respira si incolla sulla pelle come l’afa. È pesante, dà insofferenza.

Ma si rinfresca se guardi i cittadini e le persone presenti: Marika Demaria, Pier­francesco Majorino, assessore comunale con delega ai beni confiscati, Da­vid Gen­tili, presidente della Commissione Consi­liare Antimafia, Barbara Sorrentini, gior­nalista di Radio Popolare e direttrice arti­stica del Festival dei Beni Confiscati, Giulio Cesani, del presidio Lea Garofalo. Il giornalismo, la politica, la passione ci­vile. L’antimafia, raccontata e praticata.

Giulio è iscritto al primo anno di Eco­nomia. Mentre ripercorre l’impegno suo e dei suoi coetanei compagni di presidio nel sostenere Denise e nel sensibilizzare Mi­lano, con serietà e fantasia, rispetto alle vicende di mafia che hanno colpito le due donne, catalizza l’attenzione di tutti. I suoi occhi sorridenti, il suo volto sbarbato e i suoi ricci tenaci illuminano l’aria. Di­ventano il simbolo dell’alternativa possi­bile. Scrivono a caratteri cubitali nelle co­scienze di ciascuno che qualcosa si può sempre fare, anche con pochi mezzi, e che è dovere di ciascuno capire cosa, in ogni circostanza, sia sempre possibile fare.

Niente deleghe, solo responsabilità. Pic­cole o grandi che siano queste, la mafia e la cultura mafiosa si combattono così. Alcuni rispondono grazie alla testimo­nianza di Giulio, poi l’applauso sgorga spontaneo. E più forte risuona, in quella casa. Se il silenzio cresce come cresce un cancro, le parole si depositano come si de­positano le pietre. Costruiscono il selcia­to, tracciano il percorso da seguire. Le scarpe che indossi si chiamano reazione civile, le insidie che scalci si chiamano omertà, prevaricazione e complicità.

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