La ‘ndrangheta? In ottima salute

Uno sguardo alla car­tella clinica della mafia calabrese, sempre più potente 

La mafia calabrese da circa vent’anni si sta dimostrando l’organizzazione ma­fiosa più potente d’Italia. Ha una strut­tura unitaria e i ‘locali’ attivi in Cala­bria coordinano quelli presenti fuori dal territorio d’origine, siano essi in Lombardia, Germania, Australia o Ca­nada.

Oltre che di strutture, codici e regole, la ‘ndrangheta è fatta anche di rapporti collu­sivi con il potere politico, di alleanze con potenti organizzazioni criminali e tanti, tantissimi soldi. Quali sono dunque le condizioni di salute della ‘ndrangheta? A quali attività si è dedicata negli ultimi anni?

In Calabria

Il cuore dell’organizzazione e i suoi capi più influenti restano in Calabria. Ogni ‘lo­cale’ di ‘ndrangheta è egemone nel suo ter­ritorio e i boss si relazionano con i politici comunali attraverso rapporti di interscam­bio. Il controllo delle attività economiche municipali consente ai clan di garantire lavoro agli abitanti del territorio in cui le cosche esercitano il loro potere, permet­tendogli di mantenere, se non incrementa­re, il consenso e la legittimità sociale nei confronti dell’organizzazione. I continui scioglimenti comunali (26 dal 2011 ad oggi: 17 in provincia di Reggio Calabria, 6 nel vibonese, 2 nel cosentino e 1 nel crotonese) dimostrano come le ‘ndrine stiano letteralmente divorando la regio­ne.

La terra dei fuochi non è solo in Cam­pania: anche in Calabria si sono veri­ficati casi di tumore dovuti allo smalti­mento dei rifiuti tossici. I casi più inquie­tanti sono stati registrati nel crotonese e ad Africo (Reggio Calabria): in Via Mat­teotti, 35 persone su 170 hanno sviluppato una pa­tologia tumorale . Corrado Alvaro, origi­nario di San Luca, poeta, scrittore e gior­nalista, sulla sua Calabria scriveva ” La disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inuti­le”. E nella società calabrese questo è di­ventato più di un dubbio, purtroppo.

“Core business”: cocaina

L’attività più redditizia della mafia cala­brese è il traffico internazionale di cocai­na. Attraverso i rapporti con i cartelli co­lombiani e altri cartelli della droga sud-americani le cosche acquistano enormi quantitativi di cocaina. La ‘ndrangheta è considerata da diversi anni la principale organizzazione nell’esportazione di cocai­na in Europa. A dimostrazione di ciò, al­cuni gruppi della Locride si sono avvalsi dell’alleanza con il broker Roberto Pan­nunzi, arrestato lo scorso luglio e definito dal magistrato della Dda di Reggio Cala­bria Nicola Gratteri ”il più grande broker della cocaina al mondo” . Diversi perso­naggi tutt’ora operano tra il Sud-America e l’Europa come broker del narcotraffico per conto di potenti ‘ndrine.

Nel 2014, le Operazioni New Bridge e Buongustaio hanno confermato le ramifi­cazioni inter­nazionali dei clan calabresi. Nell’Opera­zione New Bridge (11 febbra­io) sono emersi i rapporti tra il clan Ursi­no di Gio­iosa Jonica e la famiglia Gambi­no di New York. L’importanza di questa indagine sta nell’aver fatto emergere come negli Stati Uniti la ‘ndrangheta ab­bia soppiantato Cosa nostra siciliana sia nel traffico di co­caina che in quello di eroina. Il 20 mar­zo, poi, nell’Opera­zione Buongustaio sono stati coinvolti 9 polizie di Stati diversi: Italia, Brasile, Gran Breta­gna, Spagna , Porto­gallo, Montenegro, Olanda, Belgio e Svizzera.

Nel Nord-Italia

Oltre all’arre­sto di 41 persone è emerso che per conto della ‘ndrangheta hanno operato soggetti riconducibili ai clan Cua-Ietto-Pipicella di Natile di Care­ri. In 8 mesi nei porti brasi­liani, belgi, spagnoli e italiani (Gioia Tau­ro in primis) sono stati sequestrati 1261 kg di cocaina purissima .

Nelle inchieste svolte tra il 2010 e il 2012 è emerso come le strutture della ‘ndrangheta attive in Lombardia, Liguria e Piemonte siano dipendenti dal ‘Crimine’ attivo in Calabria. La ‘ndrangheta nel Nord-Italia gestisce gran parte del traffico di stupefacenti, del settore edile e delle costruzioni, pratica usura, intimidazioni e sempre più sta cercando di infiltrarsi nei settori dell’economia lecita.

Sebbene la presenza sia diversa in ter­mini quantitati­vi, oggi non c’è una regione al Nord im­mune all’infiltrazione della ma­fia calabre­se. La ‘new entry’ che sempre più sembra soffrire la presenza dei clan è il Veneto. Se nel 1988 alcuni sindaci ve­neti minac­ciavano le dimissioni dagli in­carichi isti­tuzionali per la possibilità che i boss fos­sero spediti al confino sui loro territori, oggi la realtà è un’altra. Riguar­do la pre­senza della ‘ndrangheta in Vene­to, su una relazione realizzata dall’Osser­vatorio Am­biente e Legalità Venezia si parla di ”insediamento stabile e continuat­ivo capa­ce di attivare contatti e com­plicità del mondo politico e imprendito­riale‘”.

All’interno della relazione della Dia del secondo semestre del 2012 si ri­porta ” le attività condotte dalla Dia[…] hanno con­sentito di segnalare nell’ovest veronese e nel vicentino la presenza di ditte, operanti in particolare nel settore dell’edilizia, ri­conducibili ad aggregati criminali di Cu­tro (Kr), Filadelfia (VV), Africo (Rc) e Delianuova (Rc)”.

La trasmissione Report di Rai 3 ha re­centemente trasmesso il filmato di una cena in cui erano presenti Flavio Tosi, sin­daco leghista di Verona, e Raffaele Vrenna di Crotone, definito dalla Dia come sog­getto ”border line”.

“Una macchina da voti”

L’ex Assessore allo Sport del Comune di Verona (dimessosi lo scorso 1° aprile) Marco Giorlo ha ammesso che i calabresi sono ”una macchina da voti ”.

Nel novembre 2013 si è inoltre dimesso il vice-sindaco Vito Giacino, arrestato nel febbraio del 2014 e coinvolto nell’indagi­ne in cui sarebbero emersi dei rapporti con l’ex moglie di Antonio Papalia di De­lianuova (Rc) ”legato alla cosca Vrenna di Crotone”. Dopo la trasmissione dell’inchiesta condotta da Milena Gaba­nelli, il consigliere comunale Alberto Giorgetti ha presentato una richiesta for­male di accertamento per infiltrazione mafiosa al Prefetto di Verona . Il Comune, fiore all’occhiello dell’identità padana, po­trebbe essere sciolto per mafia?

Tra il marzo 2013 e 2014, in seguito alle Operazioni Metropolis e Mariage la Guardia di Finanza ha sequestrato alle famiglie Morabito (Africo) e Aquino (Ma­rina di Gioiosa Jonica) beni dal valore di 1 miliardo e 70 milioni di euro per la co­struzione di complessi turistici in Cala­bria. Le due cosche si sono spartite le ri­spettive zone di influenza dell’area jonica della provincia di Reggio Calabria: da Si­derno fino alla città di Reggio Calabria era zona di competenza dei Morabito, mentre da Siderno fino all’inizio della pro­vincia di Catanzaro degli Aquino. Le cosche Morabito-Aquino rappresentano l’élite della mafia calabrese: quando è sta­to arresto il patriarca Giuseppe Morabito ‘u tiradrittu nel 2004, l’allora presidente della Commissione parlamentare antima­fia Roberto Centraro lo definì ”ben più importante di Provenzano”, e consideran­do il potere economico di cui dispone il clan Morabito la dichiarazione di Centra­ro sembra tutt’altro che fuori luogo.

Il patto coi messicani

Gli Aquino sono stati i promotori del patto tra ‘ndrangheta e Los Zetas, il cartello della droga più influente del Messico. Risultano inoltre ramificazioni soprattutto in Canada e negli Stati Uniti.

Gli investimenti mastodontici nelle lo­calità turistiche in Calabria e gli imponen­ti sequestri di cocaina dimostrano l’enor­me liquidità finanziaria dei clan ca­labresi. Sempre più spesso si verificano casi di in­sediamento stabili e rapporti col­lusivi con l’imprenditoria e la politica in zone ester­ne al territorio d’origine: le co­sche cala­bresi sono presenti in tutti e 5 i continenti, trafficano tonnellate di droga, in Europa riciclano notevoli quantitativi di denaro senza essere puniti a causa della farragi­nosa legislazione antimafia fuori dai con­fini italiani. Nonostante ciò, il cuo­re del potere della ‘ndrangheta resta in Ca­labria.

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