La mafia sottovalutata - I Siciliani Giovani

La mafia sottovalutata

A Palermo non fanno a tempo ad abbassarsi gli echi dei proclami di improvvidi osservatori di un presunto declino inarrestabile delle cosche mafiose che la cronaca s’incarica di palesare esattamente il contrario

L’ultimo esempio di queste “scoperte”, di norma frutto di gravi sottovalutazioni, ha riguardato il cantiere navale, l’ultimo stabilimento industriale del Capoluogo ancora degno di tale definizione, nonostante il suo notevole ridimensionamento produttico e occupazionale. Uno stabilimento che fin dall’inzio del ‘900 ha rappresentato un sito da aristocrazia operaia, significativamente sindacalizzata e capace di una notevole attività vertenziale, fin dai tempi del segretario della Fiom Giovanni Orcel, assassinato nel 1920. Maestranze, quelle del Cantiere, in grado di condurre, oltre ad evolute vertenze contrattuali, un contrasto con la mafia del quartiere Montalbo-Acquasanta, da sempre interessatissima al controllo delle attività economiche nel cantiere e nel porto. Questo scontro è culminato nel 1947 in uno scontro nel quale gli sgherri del boss Nicola D’Alessandro spararono a degli operai che a loro volta stavano per impiccare un mafioso e pretesero l’allontanamento del dirigente fascista Emilio Ducci, voluto dalla proprietà dei Piaggio e connivente con i mafiosi.

Nei decenni successivi si è attenuata notevolmente la capacità di reazione democratica e antimafiosa degli operai e della dirigenza politico-sindacale e tanto era impunita quanto risaputa la presenza invasiva nello stabilimento dei mafiosi dell’Acquasanta, soprattutto i Galatolo. Questa antica ed influente dinastia mafiosa controllava, il quartiere del cantiere, avendo addirittura in mano la locale Stazione dei Crabinieri, e facendo il bello e cattivo tempo nello stabilimento controllando i subappalti e il caporalato dei lavoratori avventizi.

Verso la fine degli anni ’80 la situazione esplose quando le indagini della Procura di Palermo dimostrarono la fondatezza delle denunce dell’operaio Gioacchino Basile – minacciato dai mafiosi, licenziato dalla Fincantieri e perfino espulso dal sindacato della Cgil – circa l’asfissiante controllo del cantiere ancora ad opera dei Galatolo e dei loro affiliati. I conseguenti provvedimenti giudiziari, oltre a colpire alcuni esponenti influenti della cosca, suscitarono alcune utili iniziative extragiudiziarie come l’adozione di un protocollo di legalità, ma senza approfondire adeguatamente le responsabilità, personali ed oggettive, del management del cantiere che pure dalle carte giudiziarie non usciva con una buona immagine.

Sembrava a qualcuno che il clamore di quella indagine, con i suoi sviluppi giudiziari, potesse avere creato una sorta di cordone di legalità attorno allo stabilimento, ma, in realtà, chi viveva nel quartiere coglieva i segni non scalfiti del potere dei Galatolo, con i suoi esponenti e affiliati a piede libero, non solo nel cantiere, ma anche nel porticciolo turistico dell’Acquasanta.

La realtà raccontata da recentissime indagini, culminati in una retata di mafiosi, hanno confermato il controllo mafioso dei Galatolo – direttamente ma anche mediante il prestanome Giuseppe Corradengo, tutt’altro che insospettabile come titolato dai giornali – non solo del cantiere di Palermo, ma anche di quelli di Trapani, Messina e di altri cantieri del nord come Porto Marghera e La Spezia.

Questa vicenda suscita parecchi dubbi e, tuttavia, è probabilmente utile concentrare la riflessione in due domande-chiave. Nello specifico, c’è da chiedersi se non c’è una costante sottovalutazione della capacità di adattamento della mafia anche da parte degli organi investigativi tendenti a svolgere indagini troppo legate ad episodi eclatanti e non ad un controllo costante del territorio che potrebbe monitorare per tempo l’effettiva presenza e pericolosità delle famiglie mafiose.

Dalle azioni repressive a seguito delle denunce di Basile ad oggi sono trascorsi circa 25 anni in cui del declino del controllo mafioso del territorio del cantiere navale non si è accorto nessuno. Inoltre, c’è da chiedersi come mai il management del Cantiere reiteratamente non ha notato nulla di sospetto dentro lo Stabilimento e se non sarebbe il caso di approfondire responsabilità di gestione aziendale, a partire delle procedure per l’affidamento e la gestione complessiva dei subappalti in Fincantieri, visto che la Magistratura sostiene che da Palermo si controllavano anche gli altri cantieri del nord?

 

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