martedì, Luglio 28, 2026
Cronaca

Il suono che fa la terra

Doppio legame e Ave Maria: due storie di mafia, un luogo restituito alla comunità
Turi Zinna recita "Doppio legame" - Foto di: Giovanni Caruso
Turi Zinna recita “Doppio legame” – Foto di: Giovanni Caruso

Da quando ho un amico cieco e mi ritrovo insieme a lui in qualche luogo, succede spesso che mi chieda come sarebbe trovarcisi senza utilizzare gli occhi. Allora, oltre ad accorgermi di dettagli che altrimenti non avrei notato, mi domando quanto io sia influenzata da questa sorta di osmosi. Dello spettacolo Doppio legame, che prende le mosse dal Maxiprocesso del 1986, andato in scena l’undici luglio al Giardino di Scidà, interpretato da Turi Zinna e diretto da Federico Magnano San Lio, mi porto a casa principalmente suoni. Ma non credo sia colpa del mio amico. E non parlo di suoni di scena, di musiche, percussioni, di tap tap di applausi fragorosi. Mi porto il suono di una voce che si spezza continuamente, di un leggerissimo fiato, di una voce che sembra sul punto di cedere per il terrore e la disperazione. Mi rimane un suono, un vocalizzo che si abbassa fino a toccare il suolo – che è la terra del Giardino, che avrà il ruolo di farmaco, ma questo ve lo racconto dopo – e poi d’impeto si fa urlo straziante.

Mentre l’animo è scosso dai sensi, il pensiero prova a empatizzare con un dolore che sembra impossibile da comprendere. È Enzuccio che parla. Mica Tempesta, che forse avrebbe avuto una voce ferma e un tono più stabile. Ma suo cugino, uno che non era nessuno. È forse proprio questa la misura della tragedia: l’urto dell’evento imprevisto e dell’errore fatale, il dolore della vita che si spezza, la pietà e la paura che scaturiscono davanti al compiersi della sventura. Nella vita e nell’arte, che è capacità di imitarla.

Doppio legame è la storia di un uomo che rimane intrappolato in una contraddizione senza via d’uscita, la cui vita si incrina irrimediabilmente. Fu forse questo il valore della sua deposizione: mostrare cosa significava avere a che fare con la mafia senza trasformarla in mito, senza glorificarla. Vivere la contraddizione d’essere vittima e carnefice.

Turi Zinna mette in scena l’assurdità di un uomo che prova a rasserenare dei condannati a morte, legati da lui stesso; che prova angoscia per loro, che quasi non vuole crederci nemmeno lui a quello che sta per accadere. Un uomo a cui consigliano – direi perentoriamente, ma sarebbe un eufemismo – di fingersi pazzo per finire in manicomio. Le spalle si piegano, il corpo si muove avanti e indietro disperato, sotto i riflettori viola:

«Com’è ca si fa stu pazzu? Iu nu sacciu fari u pazzu, chi è stu pazzu?»

Proviamo a immaginare cosa possa significare ritrovarsi improvvisamente e senza scampo davanti al male più nero: quello che non guarda in faccia a nessuno, che un si scanta di nuddu, che ammazza senza discrimine, che ti fa sparire quando vuole anche se non hai fatto niente, che ti toglie la libertà, la dignità e pretende di possedere persino il tuo raziocinio.

È un dramma che, per me che i morti ammazzati dalla mafia non li ho visti, sembra quasi un incubo: estremo, tragico, ai limiti del possibile. Qualcun altro invece lo immagina un po’ meglio.

D’altronde era l’ennesima volta che mi ritrovavo a fare quello sforzo, tamburellando coi piedi anche così, per gioco, quando mi ritrovo al Giardino di Scidà. Lo stesso luogo – lo stesso sforzo – che ospitano un’altra storia, complessa, di Dio e di morte, dissonante, come tante storie che riguardano la mafia.

È la storia di Maria Incudine, che ci è sembrato di incontrare per un attimo, grazie all’esplosiva interpretazione di Lydia Giordano. Ave Maria è il titolo dello spettacolo che debutta domenica ventisette luglio al Giardino, con la regia di Federico Magnano San Lio e Turi Zinna. Maria Incudine è una donna di mafia, e questo genera già una serie di domande. All’inizio dello spettacolo Lydia, nei panni di Maria, dice che non può sopportare che la si accusi di nominare Dio invano. Maria infatti è devota, devotissima. La storia di ciò che la rese quello che fu, dall’incontro con Giuseppe Incudine, detto Pippo («Giuseppe e Maria, che coppia originale», le dice lui), al suo tradimento, è scandita da preghiere e invocazioni, richieste e lamenti, a Dio nostro Signore e a Maria, nostra Signora. Ciò che rende così nobile la figura della Madonna non è forse proprio l’essere madre, e soprattutto, di Gesù? È questa gloria che la nostra Maria Incudine ricerca per tutta la vita. Non poté dare figli al suo Pippo, non poté realizzare quello che una donna deve realizzare per non essere insignificante agli occhi del marito e del mondo. Generare prole, ingrandire la famiglia, permettere al seme di continuare a conquistare la terra. Ma Maria ottiene la sua possibilità di attingere a un briciolo di quel potere, a seguito di quella che per lei fu quasi una tragedia: il marito, sparato alla pancia dal clan rivale, dice a Maria che loro adesso devono diventare una cosa sola, che devono gestire i carusi nelle piazze. «Piazze? Quali piazze, che vuoi dire?» chiede Maria, ancora ingenua.

Vediamo Maria scossa da fremiti, da picchi che non sono solo emotivi, riguardano quasi turbolenze tra stati di coscienza. La vediamo muoversi continuamente, afferrarsi i capelli, confusa, e ridere follemente, nervosa, devota, sempre devota. Quelle piazze diventeranno il suo motivo d’orgoglio, quei carusi che ci spacciano, i suoi figli. Lei li ha generati, lei ha ridato loro la vita, lei ha ascoltato i loro cuori spezzati, lei, una mamma, più di chi li ha partoriti. Lei, la loro Maria.

C’è un altro modo in cui il mondo maschile sembra riconoscere alle donne un’utilità: farne oggetti del desiderio. Maria lo sa, lo sa che Alfio Giuffrida, a cui nessuno può rivolgersi con dissenso, le cui parole sono sacre e indiscutibili, non si farebbe problemi a prendersi la libertà di toccarla se non fosse per il senso di rispetto nei confronti del marito. Ma a Maria non gliene fotte niente, perché paura non ne ha. Nessuno deve dirgli niente per la vendetta del marito che ha ordinato, perché lei è più potente di tutti, ha l’armatura più forte, il protettore più grande: Dio nostro Signore.

Attraverso diverse fasi della vita di Maria Incudine, lo spettacolo ci mostra il disordine di una donna che giovane, speranzosa, ingenua e innamorata diventa mandante omicida, una che non perdona niente. Che costruisce il suo impero su un senso del rispetto sacro, lo stesso che alla fine la ridurrà a una voce spezzata, di pianto e di furia, squarcio disperato di una donna tradita dai suoi figli che scavalcando il suo donarsi loro, dimenticano di valere qualcosa grazie a lei soltanto e in questo modo le tolgono ciò che avrebbe dato significato alla sua intera esistenza. Giudicata da loro che considera alla stregua del suo stesso sangue. «Nessuno osi dividere ciò che Dio ha unito» Quella che lei aveva trasformato in una sacra famiglia, che non avrebbe mai dovuto spezzarsi.

È D.e-Mo — Democracy and Electronic Movement, il programma permanente con cui Retablo sperimenta forme teatrali, digitali e partecipative capaci di trasformare un pubblico temporaneo in un’assemblea che produce istituzioni simboliche, attiva beni comuni e sperimenta forme di cittadinanza. È ancora attraverso i suoni che il pubblico apprende la storia del Giardino. Per entrambi gli spettacoli, un itinerario in cuffia accompagna gli ospiti in quella che potremmo leggere narrativamente come una discesa negli inferi: il vecchio luogo riconducibile al clan Santapaola, il luogo della violenza e del potere mafioso.

Ma non è necessario guardare per togliere il velo. Si sente. Si sente la storia del riscatto, di un luogo fiorente dove la giustizia ha vinto e dove, come dice sempre Giovanni Caruso, un cerchio si è chiuso: quello che lega la morte del direttore, Giuseppe Fava, per mano del clan Santapaola, e lo stesso spazio che viene restituito alla comunità.

Il centro narrativo dell’edizione 2026, RiCostituente, ruota proprio intorno a una domanda: può un’assemblea teatrale riconoscere, collegare e sostenere i luoghi, le persone e le comunità che mantengono vive le promesse della Costituzione?

Un luogo, quindi, che diventa ricostituente. Turi ci invita a guardare questi spazi come farmacie simboliche: luoghi di cura e ricostruzione della fragile democrazia, della cittadinanza attiva. Teatralmente, istituzioni simboliche: spazi che diventano fabbriche di significato e di comunità. Per questo ci consegna delle scatoline, una classica confezione di farmaci, con dentro la terra del Giardino, e una domanda: provate a sentirne il peso, la consistenza. Tutto il resto è un lavoro che spetta a tutti e tutte noi.

L’iniziativa è promossa dal Comune di Catania nell’ambito del progetto «Palcoscenico Catania. La bellezza senza confini 2026» e finanziata a valere sul Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.

Foto di copertina: Lidia Giordano recita “Ave Maria” – Foto di: Giuseppe Saitta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *