Il silenzio degli innocenti

Atmosfera pesante a Palazzo. A Palermo, a Roma…

Palermo. “The day after”. Il giorno dopo l’ordinanza che vieta la partecipa­zione degli imputati all’udienza del pro­cesso sulla trattativa che si svolgerà il 28 ottobre al Quirinale, al Palazzo di giustizia si respira un’atmosfera che ri­corda il film dell’83 di Ni­cholas Meyer.

Paragone azzardato? Probabilmente. Ma sicuramente sono reali le macerie la­sciate dall’uragano che continua ad abbat­tersi sulla Procura di Palermo fin dall’ini­zio delle indagini su quello che è diventa­to il processo sul patto scellerato tra mafia e Stato. Non basterebbero mille pagine per contenere gli insulti, spesso anche violenti, riversati sui pm che investigano sulla trattativa: Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi (Antonio Ingroia in primis).

Per comprendere il tenore di questi at­tacchi basta rileggere la principale qualifi­ca gettata addosso a quei magistrati che hanno osato mettere alla sbarra un sistema di potere criminale.

Li hanno definiti “eversori”

“Eversori della Costituzione”, sono stati definiti da un coacervo di politicanti, gior­nalisti e pseudo intellettuali.

Le macerie che restano oggi sono quelle della delegittimazione, dell’isolamento e dello sfiancamento psicologico. Dopo mesi e mesi di lettere minatorie contro specifici magistrati, di incursioni nelle loro case e di violazioni dei loro uffici (ul­timo caso quello del Procuratore Generale Roberto Scarpinato), il “palazzo dei vele­ni” ripropone l’antico cliché già speri­mentato ai tempi di Falcone, Borsellino e ancora prima: invidie, gelosie, maldicen­ze, sospetti e pugnalate alle spalle.

Lo spirito del “coccodrillo”, che prima azzanna la sua preda e poi piange, è in ag­guato dentro e fuori questo edificio, pron­to a compenetrare chi si siederà nelle pri­me file al prossimo funerale di Stato.

Dalla Procura non intendono commen­tare l’ordinanza del Presidente della Corte di Assise, Alfredo Montalto. Ma quello che traspare è comunque un profondo sen­so dello Stato che impone loro di andare avanti nella ricerca della verità sul biennio stragista ‘92/’93.

In un altro Paese questi magistrati sa­rebbero stati sostenuti dalle istituzioni, dalla politica e dalla stampa. In Italia sono costretti a difendersi dal fuoco incrociato. E soprattutto dal fuoco amico.

Ecco allora che il titolo di un altro film, questa volta interpretato nel 1991 da Jodie Foster e Anthony Hopkins, ci aiuta a ritro­vare la sintesi di una guerra a senso unico che si sta consumando davanti ad un Pae­se anestetizzato.

Ed è proprio “il silenzio degli innocenti” quello che ferisce maggior­mente. Che va oltre la violenza delle paro­le gridate o scritte contro il pool. Il silen­zio di ex magistrati prestati alla politi­ca, degli intellettuali, del Csm e dell’Anm di fronte allo stravolgimento della realtà.

Ma davvero fa tanta paura?

Ma davvero questo processo fa così tan­ta paura da indurre al silenzio chi avrebbe tutta la legittimità per entrare nel merito e ristabilire la verità dei fatti? Lo chiediamo innanzitutto al Presidente del Senato, Pie­ro Grasso, al Presidente dell’Autorità Na­zionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, al Presidente della Commissione presso palazzo Chigi che si occupa di norme e procedure contro la criminalità organizza­ta, Nicola Gratteri, al senatore Pd Felice Casson e a tutti coloro che inspiegabil­mente tacciono.

“Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti”, disse tanti anni fa il premio Nobel per la pace, Mar­tin Luther King, prima di essere ammaz­zato. A futura memoria.

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