Il senso della morte di Annalisa nel sogno di un’altra Forcella

Ho avuto il privilegio di leggere più volte il libro di Paolo Miggiano “Ali spezzate” prima ancora della sua pubblicazione.

Diciamo pure che ho in buona parte vissuto la fase di gestazione del libro, quella durante la quale avvengono le piccole ma significative scelte che danno un senso compiuto al volume. Fermo restando che trovare un senso nella storia di Annalisa Durante, così come in quella di tutte le vittime innocenti della criminalità, è praticamente impossibile. Eppure, il mio amico Paolo ci è riuscito egregiamente.

Quando è terminata la mia ultima lettura, ripensando alla storia di Annalisa mi sono venute in mente tutte le giovani vittime innocenti della criminalità di cui sono a conoscenza. Insieme ad Annalisa ho ricordato Paolino, Daniele, Loris, Alberto, Salvatore, Rosario, Lino, Giancarlo, Gigi, Paolo, ……………: quante vite non vissute, quanti sogni spezzati come le ali di Annalisa! Pensando a loro e a tutti i nomi non menzionati ma contemplati da quegli interminabili puntini sospensivi, si è rifatta viva nella mia memoria una frase di una vecchia canzone di Francesco Guccini, che si intitola “Canzone per un’amica”: “Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”.

Nello stesso tempo mi sono chiesto: ma era proprio quella la sorte di Annalisa? No, non era quella. Per le vittime innocenti della criminalità, tutte, non solo quelle giovani, le parole sorte, destino, caso, non hanno senso. Non ne hanno perché la loro esistenza non è finita per un maledettissimo incidente ma perché altre persone hanno deciso che dovesse andare così. Annalisa, Paolino, Daniele, Alberto e tutti gli altri sono stati uccisi da killer spietati e privi di scrupoli. C’è una crudele ed agghiacciante volontà dietro queste morti. Non c’è il mistero che caratterizza l’inizio e la fine dell’esistenza terrena.

 Non c’è un mistero né un senso nella tragica cronaca delle storie delle vittime. Quelli vengono dopo. E’ come se ciascuna di esse abbia trasferito ai suoi cari il “significato” della propria morte. Ed è così che si compie il miracolo dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, miracolo che viene descritto alla perfezione da Paolo in questo libro. Se “Ali spezzate” diventasse un film (perché no? E’ forse più emozionante la vicenda criminale del capo dei capi?), la scena più violenta sarebbe quella più dolce: l’abbraccio finale di Giannino al corpo ormai esanime della sua giovane Annalisa, con il quale il papà si nutre del sangue della figlia ed assume attraverso la sua morte il senso della sua sopravvivenza. Forse Paolo riesce a cogliere il significato profondo di quell’abbraccio grazie alla lunga e proficua esperienza al fianco dei familiari delle vittime, forse perché padre di un figlio ancora giovane, forse per un altro motivo a me ignoto, fatto sta che ci riesce. E quell’immagine rende il suo nuovo libro non solo di giusta e giustificata denuncia di quanto si doveva fare e non si è fatto, ma anche e soprattutto un libro d’amore. L’amore che Giannino, attraverso il ricordo di Annalisa, dedica ancora oggi, undici anni dopo, alla sua Forcella martoriata e umiliata. L’amore che tutti i familiari delle vittime nutrono per i loro cari e per la loro terra assassina, trasformando il ricordo individuale in memoria collettiva e la memoria in impegno sociale.

Nei giorni in cui il mondo dell’antimafia è messo in discussione da inchieste e scossoni, ci piace evidenziarne l’esperienza più bella e più pura: quella dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, con i loro valori di legalità, memoria, giustizia. Questo è il mistero e il senso della morte di Annalisa e di tutte le vittime. Il “miele dall’inferno” di cui parla Roberto Benigni in riferimento all’esperienza di Giannino Durante altro non è che la trasformazione del dolore in impegno. Non che il dolore scompaia, tutt’altro. Ma certamente origina una voglia di riscatto e una sete di futuro che hanno una forza indescrivibile.

E allora, come ha fatto Paolo con questo libro e prima ancora con “A testa alta” (dedicato a Federico Del Prete), “Qualcun altro bussò alla porta” (sulla storia di Dario Scherillo), e “Morire a Procida” (in ricordo di Antonio Raimondo e Gaetanina Scotto di Perrotolo), occorre schierarsi. Se i familiari delle vittime, nonostante tutto, hanno deciso di restare qui e di sopravvivere alla tragica morte dei propri cari impegnandosi quotidianamente con la loro testimonianza, abbiamo tutti il dovere morale di stare al loro fianco.

 “Non impegnarsi è ancora una forma di impegno, poiché se ne è responsabili”, sosteneva il filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre: grazie a Paolo Miggiano per avercelo ricordato con un libro che è sì un grido di dolore ma anche e soprattutto un atto di speranza.

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