Il denaro di Messina Denaro

Suscita una certa impressione scrivere questo articolo che vuole raccontare i misfatti mafiosi nel trapanese e gli intrecci che arrivano fin dentro le stanze del potere politico e istituzionale e regolano la nuova economia in tempi di “spread”, mentre su Rai Tre va in onda una puntata del bravo Carlo Lucarelli che è dedicata ai giornalisti nel mirino delle mafie.

L’impressione non è suscitata tanto dall’argomento, quanto perché l’inizio della puntata firmata da Lucarelli è dedicata a Pippo Fava.

C’è proprio Fava, ammazzato dalla mafia catanese il 5 gennaio del 1984 che, intervistato in tv il 28 dicembre del 1983 da Enzo Biagi, parla della mafia e più lo si ascolta, maggiore è la sensazione che l’intervista è di oggi.

Ecco, l’impressione è quella di una “tremenda attualità”, e ci si rende conto che non sono serviti delitti e stragi, a farci cambiare registro di comportamento, che lo Stato ha recitato una parte e che contro Cosa nostra non c’è stata mai una vera offensiva. Fava risponde alle domande di Biagi e va subito al sodo, “la mafia – dice – non è in Sicilia, è in Parlamento, è nel Governo, ci sono ministri mafiosi, la mafia è nelle banche”. La mafia era dove è ancora oggi.

Pippo Fava sempre nella stessa intervista riuscì anche a indicare la cifra degli affari mafiosi: 100 miliardi di lire all’anno. Oggi per Cosa nostra si parla di introiti intorno ai 100 miliardi di euro all’anno. Il tempo ha premiato i mafiosi.

Se si vuole comprendere cosa è oggi il fenomeno mafioso, è a Trapani che bisogna venire. Qui è nata la mafia sommersa prima ancora che la inventasse Bernardo Provenzano. A portare la “coppola” sono stati latifondisti, campieri, coltivatori diretti, agricoltori, piccoli, medi e grandi imprenditori, uomini dal sangue blu, banchieri, i politici si sono aggiunti da ultimi, ci sono colletti bianchi, medici, professionisti, commercialisti.

Oggi come ieri però ci si sente sempre dire che “qui non accade niente”. Sì, perché a Trapani è tutto in ordine e non si deve raccontare nulla, nonostante in questi anni siano stati presi da queste parti latitanti di mafia e pezzi da 90 di Cosa nostra, e funzionari pubblici, imprenditori, politici, sono finiti sotto processo.

Qui la mafia ha coltivato il migliore consenso, che ancora oggi sfrutta, non chiede il pizzo ma riscuote semplicemente la quota associativa. Dalle indagini, la mafia emerge sempre più come regista di un sistema che è diventato ben accetto, l’anormalità diventata normalità. Qui Cosa nostra continua ad essere trasversale nella politica, i mafiosi stringono accordi da sinistra a destra; a Trapani la mafia continua ad essere un insieme di interessi, la cultura mafiosa fa da aggregante, da catalizzatore. La mafia trapanese è quella che doveva pilotare negli anni ‘90 l’acquisto per 1500 miliardi dell’isolotto di Manuel a Malta, o che negli anni 2000 ha pilotato da Roma verso questa parte del Sud fiumi di miliardi di vecchie lire prima e milioni di euro dopo. Finanziamenti pubblici inghiottiti dalle casseforti del super boss latitante Matteo Messina Denaro.

Nel 2012 per i più la mafia è però battuta, che è come ripetere quello che si diceva gli anni ‘80, quando si affermava che la mafia non c’era. Trapani resta circondata da un muro di gomma che tutto trattiene e tutto assorbe. Ogni tanto però questo muro di gomma è come se si aprisse, si spezza, poi si richiude.

A Trapani ci sono indagini in corso su giri di bustarelle, per esempio per la collocazione di video telecamere di sorveglianza; ci sono anche le mazzette e le raccomandazioni a favore di un gruppo di agricoltori, che avevano la possibilità di entrare senza bussare – aprendo le porta a calci come faceva Genco Russo boss di Mussomeli – nelle stanze di ministri, presidenti e assessori della Regione.

Ci sono imprenditori che hanno fatto sistema per acciuffare appalti miliardari e milionari, e piccoli Comuni, come quello di Paceco, dove ancora oggi la vita è regolata secondo regole ancestrali. Ci sono la mafia e le logge massoniche, e la politica che ubbidisce, e ci sono anche politici che parlano al telefono con disprezzo dei carabinieri, e addirittura dicono di essere in grado di rimproverare alti ufficiali dell’Arma anche per un “mancato invito” ad una festa.

A Paceco ci sono cantine dove in mezzo alle botti si regolano rapporti, e politici che ufficialmente si disprezzano e si contrastano si incontrano e concordano le cose da fare.

Questo è lo scenario che protegge uno dei più importanti latitanti; mentre la classifica mondiale di Forbes colloca Matteo Messina Denaro tra i primi criminali al mondo, qui c’è chi ci racconta che Matteo Messina Denaro comanda una o due famiglie di Cosa nostra. Nulla di più.

Ma non è così. Non può essere così a leggere dei sequestri e le confische, degli arresti con cui i pochi che da queste parti combattono la mafia tentano di fare terra bruciata attorno al boss, che con le mani sporche del sangue di omicidi e stragi oggi guida una vera e propria holding imprenditoriale.

Le uniche sue foto risalgono a quando era poco più che ventenne: gli identikit mostrano un volto particolarmente invecchiato. Matteo Messina Denaro ha 50 anni ed è latitante da 19, ha vissuto la migliore delle latitanze, tra donne, viaggi all’esterno, spensieratezza e agiatezza, decidendo strategie di morte, stragi, ma anche scalate imprenditoriali e grandi riciclaggi di denaro. Matteo Messina Denaro comanda a Trapani. E a Palermo è diventato un consigliere carismatico.

Crudeltà ed equilibrio, obbedienza e senso critico, regole antiche e moderna lucidità, dolce vita e monastico isolamento. Tutto e il suo contrario. Matteo Messina Denaro è “L’Assoluto”, così lo chiamano i fedelissimi, o ancora “la testa dell’acqua” oppure “u siccu”.

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