Fatta morire dalla sua famiglia perché aveva scelto la libertà

Maria Concetta Cacciola aveva trentun anni, viveva a Rosarno, era sposata e aveva tre figli. Il 20 agosto del 2011 si suicida ingerendo acido muriatico. Pochi giorni fa, il padre, la madre e il fratello vengono arrestati

Maria Concetta era una testimone di giustizia: figlia di Michele Cacciola, cognato del boss Bellocco, e moglie di Salvatore Figliuzzi, in carcere dal 2002 per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Vivevano tutti nella stessa casa: erano i nonni a pensare alla famiglia. In quei posti il vincolo di sangue non lo scioglie nemmeno l’acido. La famiglia non si deve macchiare di vergogna altrimenti la cosca perde potere: la vergogna non consiste solo nell’avere “un pentito” sotto al tetto, basta tradire tuo marito mentre lui è in carcere. Per la ndragheta il matrimonio è per sempre: di divorzio manco a parlarne.

La storia di Maria Concetta comincia così.

In una lettera alla madre, scrive del marito: «A tredici anni, sposata per avere un po’ di libertà, credevo che potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava, né l’amo, e tu lo sai». Si sposano dopo una “fuitina”, poi nascono i figli. Troppo tardi per pentirsi. Forse Maria Concetta la sua vita se l’era immaginata diversa, nessuna particolare ambizione. Ci sono luoghi dove nemmeno i sogni ti puoi permettere, perché finisce che ti mangiano il fegato, peggio dell’acido muriatico.

Maria Concetta, dopo l’arresto del marito,probabilmente incontra altri uomini e a Rosarno certe notizie viaggiano veloci. A casa cominciano ad arrivare lettere anonime, siamo a giugno del 2010.

Non la fanno più uscire, rimarrà fra quelle mura fino al maggio dell’anno successivo. Le rare volte in cui valica la porta di casa viene pedinata dal fratello. Non basta: viene picchiata, le botte sono così forti che le sue costole si incrinano o forse si rompono. Non si saprà mai: non verrà mai portata in ospedale. Viene curata a casa da un medico di fiducia.

Maria Concetta è sola, non può parlare neppure con la madre. Nelle famiglie mafiose il mondo delle donne si è spaccato a metà: ci sono le madri, che hanno mangiato fin da piccole pane e omertà, che proteggono i propri mariti, che tengono unita la famiglia, la lucidano come l’argenteria, cancellano la vergogna a colpi di spazzola. E poi ci sono le figlie, che pensano troppo, che proprio non riescono a quietarsi.

Maria Concetta a maggio viene chiamata dall’Arma di Rosarno perché Alfonso, il figlio più grande, aveva combinato un guaio col motorino. Arrivata in caserma, chiede aiuto e racconta tutto quello che sa, prima ai carabinieri e poi alla Dda di Reggio Calabria.

È stata la paura a farle scegliere lo Stato, l’amore di mamma che voleva un futuro diverso per i suoi figli? Maria Concetta semplicemente chiama le cose col loro nome, da’ un’identità a luoghi e a persone fino ad allora nell’ombra. Decide che quel vincolo di sangue non è per sempre.

Da quando entra a far parte del Servizio Centrale di Protezione, non può più rimanere a casa sua: un pomeriggio dice che andrà a fare visita al suocero e scappa.

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