sabato, Maggio 2, 2026

Editoriali

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Sotto la Corte la mafia campa

Qui Lombardia, anni duemila. Pare di stare nella Sicilia, anni ottanta del secolo scorso. Vi ricordate quando la Corte di Cassazione era nelle mani di chi sosteneva che Falcone fosse “una faccia di caciocavallo”? Era costui il giudice Corrado Carnevale, che non per niente presiedeva la prima sezione della Suprema Corte. Per la “sua” sezione dovevano passare, senza scampo, tutti i processi di mafia e di camorra. Alla faccia del principio del giudice “naturale”, i mafiosi sapevano di avere invece un giudice “precostituito”, il “loro” giudice, quello cioè che comunque avrebbe sempre deciso, alla fine, delle loro sorti. E Carnevale decideva “bene”, almeno dal loro punto di vista.

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Trattative

Quello delle “trattative” fra stato e mafia (che si sarebbero variamente in­trecciate, persino dandovi causa, con le stragi del 1992/93) è un labirinto vi­schioso nel quale si intravvedono inte­ressi torbidi. I magistrati della procura di Palermo dovranno fra poco scio­gliere alcuni primi nodi

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Kalashnikov

Sul palco c’erano Gian Carlo Caselli e Alfonso Sabella, suo pupil­lo ai tempi eroici della procura di Pa­lermo dopo le stragi. Ambiente: aperta campagna, terreno sequestrato alla camorra, il campo dei giovani di Libera a Borgo Sabotino. Hanno det­to cose importanti tutti e due. Ma qui riporto a memoria un episodio rac­contato da Sabella, perché mi ha sgomentato.

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