Al Contro Vertice dei popoli, anche per Mohamed

Catania: il palazzo in festa brinda – e blinda la città

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La Via Di Prima sembra un pezzo d’Africa, popolato da mille colori: venditori di valigie e kebab, donne avvolte nei loro abiti lunghi e colorati, bambini che vociano e si rincorrono sui marciapiedi. Nel vertice e nel controvertice si parla anche di loro. Il camper della Carovana migranti è parcheggiato davanti al cinema King, ed entrando la grande sala espone i volti di Pedro, Lisa, Salvador, e tanti altri. “Dove sono?”. Ieri in via De Curtis, nel cuore di San Berillo, il cinema ha ospitato la prima giornata del Contro vertice dei popoli. Un incontro che canzona quello ufficiale dei sette capi di Stato che si terrà oggi a Taormina. “Si credono grandi ma sono dei nani!” dice un’installazione artistica posta all’ingresso del cinema.
I lineamenti latini di Fray Tomàa Gonzales Castillo giungono dal Messico e parlano della sua terra. Quando deve sottolineare passaggi cruciali, alza la mano come per esporre meglio il concetto “La divisione del nostro continente fa male. Non c’è nessun sistema politico che metta al centro l’essere umano oggi”. Un ragazzo traduce il suo intervento che subito dopo lascia spazio a quello di Lucia Borghi di Bordeline Sicilia. Lucia parla dell’attività della sua associazione con i migranti, di come è diventato complicato soccorrerli, delle difficoltà che incontrano durante le operazioni di identificazione “Il fatto che i governi europei abbiano deciso di suddividere i migranti economici dai profughi significa che queste persone non hanno nessuna tutela, in poche ore viene sorteggiata e decisa la loro sorte. Si decide se respingerle o accoglierle in base ai loro paesi di origine. Insomma è un meccanismo che produce nuovi irregolari. Rafforzato anche dalla legge Minniti-Orlando che tratta i migranti come merce di scambio – a questo servono i centri di respingimento”. Lucia è una giovane donna, con riccioli che le sovrastano la testa, decisa in ogni passaggio della sua testimonianza: parla di criminalizzazione dei migranti, ossia di come si stia cercando di trasformare in criminali le persone che migrano per sopravvivere “Prima di Mare Nostrum venivano criminalizzati i pescherecci che aiutavano i migranti, adesso sono le ONG ad essere criminalizzate. I paesi come il nostro che stringono accordi con paesi come la Libia e cercano di far fare il lavoro sporco alla polizia dei paesi di origine, continuano ad essere responsabili di tutto ciò che sta succedendo. Ma anche l’informazione: il fatto che i morti non facciano più nemmeno notizia è allarmante. Non dobbiamo dimenticare che i diritti dei migranti sono anche i nostri”.
Aboubakar Sumahoro potrebbe essere un giovanotto di San Berillo, di quelli che sopravvive vendendo abusivamente custodie per cellulari o collanine al corso Sicilia. Anche Aboubakar è africano ma parla un italiano impeccabile ed è il rappresentante della Coalizione Sans Papiers – Usb “voglio provare a ragionare insieme a voi su alcune considerazioni che mi sono ritrovato a fare negli ultimi mesi. La storia dell’Africa ormai è la storia del mondo” e rievoca immagini politiche della sua terra, ricordando le profezie e le lotte di Mandela. “Chiamatelo capitalismo, neoliberalismo, mafia, chiamatelo come volete ma adesso ci vuole una rottura” dice “basta continuare a parlare a noi stessi. Non ci si può curare con le stesse erbe che provocano l’allergia. Dobbiamo unirci davvero”.
Luciano Manna di Peacelink indossa una maglia chiara e una sciarpa colorata, viene dalla Puglia per raccontare di Taranto, dei veleni dell’Ilva e di come “non esista nessun’altra città in Italia che imponga alle persone di tenere le finestre chiuse da mezzogiorno alle sei del pomeriggio, e ai bambini di non giocare sui terreni a causa dei veleni. La questione ambiente ci riguarda da vicino, più di quanto crediamo”. Territorio. Persone. Diritti.
Dopo gli ultimi interventi, ci si avvia dai ragazzi di Gammazita in Piazza Federico di Svevia per concludere la giornata tra le Carovane Migranti. Piazza Duomo è blindata, sotto il liotru i turisti continuano a farsi foto. I balconi del Palazzo degli elefanti straripano di assessori, consiglieri, portaborse e amici degli amici che applaudono. Sembra una festa. Ma non è per il popolo. Quello rimane fuori, e si disperde tra le strade. È ormai sera, e Mohamed comincia a sistemare le collanine e le borse taroccate nelle buste di plastica per tornare a casa. Per oggi il vigile non gli ha sequestrato la merce. Per oggi ce l’ha fatta. Alla faccia di Trump e i suoi compari.

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