Addio Barcellona

Il viaggio di ritorno in Italia di Valentina.

“Dal ventotto marzo sono isolata dal mondo, vedo mio padre e i miei fratelli solo quando mi portano qualcosa da mangiare e tra l’altro dal balcone.” racconta Valentina, dopo il suo lungo viaggio di ritorno verso la Sicilia. “Le mie due settimane di quarantena sono terminate, potrei tornare a casa, stare con la mia famiglia, ma i risultati del tampone si sapranno, se sono fortunata, tra dieci giorni, perché i reagenti, provenienti dall’America, scarseggiano.”

“Il primo gennaio sono atterrata a Barcellona per svolgere un tirocinio Erasmus in un hotel. Nonostante le difficoltà, mi trovavo bene. Mi ero abituata a vedere ogni giorno la Sagrada Familia per andare al lavoro e il direttore mi aveva proposto di restare anche dopo la scadenza del progetto” dice Valentina al telefono con un pizzico di rammarico. Poi la situazione è precipitata: “dopo i primi morti e il numero elevato dei contagi, gli spagnoli hanno compreso la gravità della situazione e tutto da metà marzo si è fermato. L’albergo per cui lavoravo ha chiuso, la Sagrada Familia diventava un ricordo sbiadito e io ho dovuto rinunciare al mio Erasmus perché ero stata licenziata.”

“Non avevo altra scelta se non partire. Avevo prenotato, insieme ad altre due amiche, un biglietto per Civitavecchia il primo d’aprile e poi, una volta giunta al porto, sarei corsa a Fiumicino per prendere l’aereo alla volta di Palermo. Sarei anche potuta partire da Madrid con un aereo organizzato dalla Farnesina, ma è la città più colpita dal coronavirus e non me la sono sentita.” – prosegue Valentina – “Qualche giorno dopo, però, ci viene comunicato che l’ultima nave disponibile per l’Italia sarebbe salpata il ventisei marzo, perché il governo spagnolo aveva adottato delle misure simili a quelle italiane, che prevedevano il blocco totale del paese. Prima di partire hanno misurato la temperatura e chi l’aveva l’alta o stava male, è stato lasciato a Barcellona.”

“Ho passato più di ventiquattro ore all’interno della nave, senza riuscire a dormire. Andavo sul ponte, guardavo il mare e mi chiedevo quando saremmo arrivati. Una volta a Civitavecchia sono cominciati gli altri problemi” afferma Valentina. “Non c’era la giusta organizzazione: sotto a dei gazebi c’era la guardia medica e la polizia ed è stato strano il modo in cui ci hanno trattato. Facevano rispettare la fila, mantenevano le distanze e ci facevano avanzare un poco alla volta, però si percepiva la loro freddezza. Mi avevano chiesto il documento d’identità, ma non riuscivo a trovarlo e uno dei poliziotti mi ha sgridato dicendo che avrei dovuto prepararlo prima, ma come facevo se non avevo idea di quello che avremmo dovuto fare una volta scesi?”

“La cosa ancora più grave è stata l’incoerenza. Non ci hanno subito rimisurato la temperatura, fino a quando non siamo arrivati in aeroporto. Sull’autobus che doveva accompagnarci in aeroporto, nonostante le misure di sicurezza, ci facevano salire a dieci a dieci con tutte le valigie; la gente non stava più ad un metro di distanza e io mi sono ritrovata attaccata ad altre persone che non sapevo come stessero.” – continua arrabbiata – “L’aereo era pieno, tutti e tre i posti. Eravamo obbligati a tenere la mascherina per tutta la durata del viaggio, però a Palermo non ci hanno misurato di nuovo la temperatura. Hanno vanificato tutto.”

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