A Modica si festeggia l’informazione con nuovi progetti

C’è una foto, una normale foto. Nell’immagine ci sono un gruppo di ragazzi che ride e due maestri di gior­nalismo. C’è un altro scatto: una ra­gazza, sciarpa colorata e capelli ba­gnati, che tiene un foglietto in mano ed ha una lacrima che le segna il volto. Ingenua e vera.

Il Festival del giornalismo è tutto qui, in questi due scatti. Nella gioia di un gruppo di ragazzi di aver terminato an­che la quarta edizione, di aver condiviso una esperienza stramba. Di aver sorriso assieme e di aver bestemmiato altrettanto assieme. Scambi di abbracci, pacche sul­le spalle, sudore e pizza a notte pro­fonda.

Il Festival è nelle lacrime di una ragaz­za che quando deve ringraziare il pubbli­co e dargli l’arrivederci all’anno prossimo si emoziona. Lacrime di liberazione. O di orgoglio.

È una strana storia quella del Festival del Giornalismo di Modica, organizzato dal mensile Il Clandestino, con I Siciliani Giovani e Libera Sicilia. Dal 30 agosto al 2 settembre, Modica, estremo lembo del­la Sicilia, si è trasformata nel centro dell’informazione.

La mattina cominciava presto per più di 50 ragazzi che inondavano le viuzze del centro storico per partecipare ai workshops. Dietro la cattedra c’era Tano D’Amico che teneva incollati i ragazzi alla sedia con la propria esperienza e le 

proprie foto. Due passi più in là c’era Giacomo Di Girolamo che parlava di giornalismo residente e raccontava la sua esperienza con Marsala.it. Tutti a stupirsi e a prendere appunti; a fianco un altro giovanissimo giornalista siciliano, Giuseppe Pipitone, che con il piglio di un cronista vissuto raccontava il lavoro di cronaca giudiziaria. C’è spazio pure per il futuro dell’editoria elettronica con Fabio Vita e i suoi consigli utili.

E poi dalle stradine ci si dirigeva verso l’atrio comunale, location del Festival. Banchetti, punti informativi, giornali, musica, teatro e tanti dibattiti hanno ani­mato le quattro giornate.

È stata Manuela Modica, collaboratrice de L’Unità e de La Repubblica, ad aprire le danze con il suo libro su Raffaele Lombardo. Con lei c’era Emanuele Lau­ria, giornalista di Repubblica. I vizi e le virtù dell’ex governatore hanno attirato la curiosità di molti.

Il programma è stato ricco: da Pino Fi­nocchiaro ad Attilio Bolzoni, da Giusep­pe Lo Bianco ad Enrico Bellavia, passan­do per Loris Mazzetti ed Antonio Maz­zeo. E poi si è parlato del futuro del gior­nalismo con alcune giovani penne: Clau­dia Campese di Ctzen; Valeria Grimaldi di Dieci e Venticinque; Gaetano Alessi di Ad est e Giuseppe Pipitone.

In una sala gremita si è tenuta pure l’assemblea de I Siciliani Giovani. “Cosa sarà questo giornale?” “C’è già, ma biso­gna continuare. Tra poco il cartaceo”. Si parla, ci si scontra, ma alla fine tutti as­sieme a prendere un caffè prima che co­minci un altro evento.

Ma il Festival non è il suo programma. È la storia di un gruppo di giovani che ogni mese porta in edicola un giornale ed ogni anno regala alla propria città un mo­mento di vitalità.

Il Festival è Tommaso, diciassette anni, che non si tira indietro se c’è da spostare un tavolo e accogliere gli ospiti; o Mau­ro, 15 anni, che, con un futuro da agente commerciale, vende i biglietti per il sor­teggio di autofinanziamento. Il Festival è Norma che è venuta da Roma per dare una mano. 

Tante storie che si intrecciano. Ci sono i giovani che vengono dai posti più lon­tani della Sicilia; ci sono gli anziani che ringraziano per il tempo fattogli trascor­rere; ci sono i volontari che all’ultimo mare preferiscono dare una mano.

 Il sipario cala presto ma qualcosa resta. Resta il calore umano, resta il progetto de I Siciliani Giovani, le nuove amicizie e i tanti “teniamoci in contatto”. Chiuso il Festival si ricomincia a cam­minare per le strade della città per riem­pire le pagine de Il Clandestino. C’è chi va a fare le interviste, chi si improvvisa contabile. C’è chi si inventa grafico e chi fa il fotografo. Mese per mese, da 6 anni.

Tutto nasce così, nel 2006. Una festa in un salone di una chiesa, con un paio di gruppi metal, è la presentazione del gior­nale. Non proprio un inizio con il botto. Quattro pagine A4 in bianco e nero, im­paginate con Word, sgrammaticate e brutte. Un editoriale scritto in fretta in furia: “Che cos’è Il Clandestino?”.

 È co­minciato così, con una domanda e un in­tento. Quello di fare un giornale fre­sco, che avesse come solo riferimento la vita­lità e l’ingenuità dei giovani, ma es­sendo rigorosi e franchi. Sono passati sei anni da quella sera nel salone di una chiesa e da quel giorno ininterrottamente ogni mese il giornale è uscito. Ma Il Clande­stino non è solo questo. È soprat­tutto una storia di un gruppo di amici.

Anche qui una foto ci viene in soccor­so, ancora una volta nella foto c’è un gruppo. Una decina di ragazzi, davanti un garage, con uno striscione in mano, che brindano alla formazione del giorna­le. Sono per lo più minorenni e non san­no che di questa storia ne avranno ancora per un po’.

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