A dieci anni dall'omicidio Guerra (quando in Romagna la 'ndrangheta sparava) - I Siciliani Giovani

A dieci anni dall’omicidio Guerra (quando in Romagna la ‘ndrangheta sparava)

Il corpo senza vita di Guerra viene ritrovato così. Il capo riverso sul volante, lo stereo lasciato a tutto volume, le luci dell’auto accese e i vetri infranti. A terra i bossoli dei proiettili. E’ la sera del 14 luglio 2003, una delle estati più calde degli ultimi cinquant’anni. La macchina al cui interno si trova il cadavere di Gabriele Guerra è parcheggiata in una traversa della Statale Adriatica, all’altezza di Pinarella di Cervia, in provincia di Ravenna. La sentenza dei giudici, pronunciata in aula diversi anni dopo, è lapidaria: “A uccidere Guerra è stata la ‘ndrangheta calabrese”.

 

“Devo risolvere presto questa storia coi calabresi, ma non mi pesteranno i piedi”
Deve avere pensato probabilmente questo, Gabriele Guerra, mentre inseriva le chiavi nell’auto parcheggiata fuori casa sua, poco prima di essere raggiunto da una raffica di proiettili. Quindici colpi di mitraglietta Skorpion, diranno gli esperti della scientifica.

Il corpo senza vita di Guerra viene ritrovato così. Il capo riverso sul volante, lo stereo lasciato a tutto volume, le luci dell’auto accese e i vetri infranti. A terra i bossoli dei proiettili. E’ la sera del 14 luglio 2003, una delle estati più calde degli ultimi cinquant’anni. La macchina al cui interno si trova il cadavere di Gabriele Guerra è parcheggiata in una traversa della Statale Adriatica, all’altezza di Pinarella di Cervia, in provincia di Ravenna. La sentenza dei giudici, pronunciata in aula diversi anni dopo, è lapidaria: “A uccidere Guerra è stata la ‘ndrangheta calabrese”.

 


Omicidio Gabriele Guerra (2)

 

Gabriele Guerra, originario di Cervia, una vita dedita al crimine. Non aveva mai lavorato, ma sapeva cavarsela in altre attività molto meno lecite. Tra piccole rapine e spaccio di droga, con il tempo aveva trovato la sua vera vocazione: si era fatto un nome nell’ambiente del gioco d’azzardo. Negli anni ’90, quando in Romagna si giocava forte e le bische clandestine erano appetitose per diverse organizzazioni criminali, Guerra era diventato il collaboratore del siciliano Luigi Di Modica, mafioso di lungo corso ed esperienza in quanto legato al boss Angelo Epaminonda prima e a Jimmy Miano poi.  Era il clan dei catanesi, che dalle bische milanesi si erano quindi impossessati di quelle romagnole, da Imola a Riccione.

Assieme a Di Modica, Guerra gestisce le bische di Cesena (vicino all’Ippodromo) e Rimini, in Via Gambalunga. Si muove e conosce bene quest’ambiente, Guerra. Grazie alle sue capacità, la bisca di Cesena arriva a incassare al mese anche 400 milioni delle vecchie lire.

 

 

 

Il 15 settembre del ’93 Di Modica viene nuovamente arrestato a Misano Adriatico, con un blitz in grande stile delle Forze dell’Ordine, così Guerra si troverà per qualche tempo da solo a riscuotere il denaro delle bische, finché l’anno successivo non viene arrestato anch’egli, per rapina.

Dopo 7 anni di galera, Guerra esce dal carcere. E’ semi-libero: di giorno lavora a Rimini e di sera deve rientrare in prigione. Ma sette anni dietro le sbarre non sono bastati a fargli passare il vecchio pallino per il tavolo verde (ma nemmeno quello della cocaina). E d’altra parte questa sua capacità di muoversi nel mondo del gioco d’azzardo è ben nota nell’ambiente ravennate, tanto che qualche tempo dopo viene contattato da tre giocatori della zona, intenzionati ad aprire un nuovo circolo“ben frequentato, un circolo d’elite”.

Lo cercano per ovvi motivi: Guerra ci sa fare e se qualcuno si fosse presentato al Circolo avanzando pretese di qualsiasi tipo, questo avrebbe provveduto a risolvere la questione. Il gruppo dei ravennati punta dunque a grandi guadagni, con facoltosi giocatori d’azzardo. Ma tutti sanno che c’è un problema, non di poco conto. In tutta la Romagna (e non solo) a dettar legge su circoli e bische clandestine sono i “calabresi di Riccione”, che da anni spadroneggiano sul territorio imponendosi nel settore del gioco d’azzardo. Lo sanno i soci d’affari di Guerra, ne è consapevole anche quest’ultimo, che non esita a prendere contatti con i suoi vecchi “padrini”, i catanesi di Milano. Ma il registro è cambiato, i siciliani non vogliono saperne più nulla delle controversie legate alle bische romagnole, perché dal ’99 hanno già lasciato campo aperto ai calabresi di  Domenico “Mimmo” Pompeo, boss della ‘ndrangheta di Capo Rizzuto (Perché si sono già incontrati i siciliani, i calabresi…si sono fatti degli incontri importantissimi, perché ci sono delle situazioni ancora che stanno…si stanno mettendo a postoPerò c’é…é stata molto dura. Quindi, diciamo così, non voglio che prima che ti si venga…che sia già trovato l’accordo, che si sappiano in giro delle voci….).

 

Bisca clandestina

 

Guerra è inquieto, ma non demorde. Ha già avuto a che fare con mafiosi e pensa di sapere come trattarli. “E’ mia intenzione aprire il circolo a Cervia, i calabresi mi hanno mandato a dire che non sono d’accordo, mi devo incontrare con loro e comunque il circolo apre a Cervia, io sono di Cervia, mi sono sempre comportato bene, ho fatto la mia galera e apro il circolo, non mi importa dei calabresi”.

E infatti il Circolo di Pinarella apre. Tuttavia dopo l’inaugurazione in grande stile con inviti mandati addirittura a Emilio Fede e a Miss Italia, la presenza dei calabresi si fa più pressante.

Lo cercano, provano a far capire a Guerra che le bische sono roba loro, da Ravenna a Riccione, e che la concorrenza non è contemplata nel codice ‘ndranghetista. Ma Guerra non ne vuole sapere. Ha la tempra di un romagnolo ed è seriamente intenzionato a guadagnare quattrini col nuovo circolo. In un momento di sfogo, dirà ad un amico: “In Romagna è giusto che anch’io guadagno qualcosa. In Romagna è giusto che mangino i romagnoli”.

Il tira e molla non dura a lungo. La sera del 14 luglio 2003, mentre Guerra inserisce le chiavi per accendere l’auto, due moto entrano velocemente dalla Statale Adriatica, lo affiancano, uno dei tre uomini sulle moto punta una mitraglietta Skorpion contro Guerra e a meno di un metro di distanza gli scarica addosso 15 proiettili. Poi fuggono altrettanto rapidamente. Una testimone del processo di Ravenna dichiarerà: “però non ho pensato ad una sparatoria, perché insomma a Pinarella non è che succede tutti i giorni, dopo c’è il luna park vicino e ho pensato: sarà stato il luna park..”

 

 

 

Gli investigatori non tardano a ricollegare il fatto cruento all’ambiente del gioco clandestino e a circoscrivere il quadro fino ad arrivare ai calabresi di Riccione. Sembra quasi che già due anni prima del loro arresto, tutti – quotidiani locali compresi – sappiano chi sono e dove stanno. Alla fine saranno tre gli ergastoli comminati dalla Corte d’Assise di Ravenna: a Saverio Masellis, il “re delle bische”, in qualità di mandante, al suo braccio destro Giovanni Lentini, e al killer Francesco Mellino. La decisione dei giudici, vergata nero su bianco, non lascia spazio ad altre interpretazioni:

“..se avessero permesso a Guerra e agli altri di gestire una bisca sottratta al loro controllo o condizionamento Masellis e Lentini – ed i loro referenti in Calabria – avrebbero perso in autorità ed autorevolezza (ciò “poteva costituire un colpo durissimo per la loro immagine”,), lasciando la strada libera per l’apertura e la concorrenza indiscriminata di altri circoli, con la prospettiva di una perdita secca e duratura dei loro ingenti guadagni, un prezzo questo inaccettabile per un’organizzazione con quelle caratteristiche, anche sotto un profilo “morale” . Il “gruppo” di Masellis non poteva tollerare un atto di ribellione, di affermazione di autonomia da parte di Guerra o di altri..” [1]

  

I calabresi di Riccione, Saverio Masellis e Giovanni Lentini

 

Anche nel processo “gemello” di Rimini, il Tribunale riconoscerà – caso unico nella storia giudiziaria di questa regione – l’esistenza di un’autonoma e radicata associazione a delinquere di stampo mafioso in Emilia-Romagna, costituita per trarre profitti dal gioco d’azzardo clandestino e altre attività. 416 bis . Qui in Romagna agiva (nemmeno troppo nascosta) una cosca di ‘ndrangheta [2]. Vicini ai Vrenna-Bonanventura di Crotone e ai Pompeo di Isola Capo Rizzuto, Masellis e i suoi avevano fatto proprio il gioco d’azzardo. Sparano per intimidire a Ravenna e a Forlì, sparano per uccidere a Pinarella di Cervia. “Vado via che faccio tardi”, queste le ultime parole rivolte da Gabriele Guerra ai suoi genitori appena prima di tornare verso casa, ignaro di quello che sarebbe avvenuto a breve. Non ha più fatto ritorno in carcere, Guerra. Perché qui al Nord, in Romagna, le mafie non girano solo in giacca e cravatta. Quando devono tutelare i loro interessi prendono la pistola. E sparano.

Patrick Wild

 

 


 

[1] Corte d’Assise di Ravenna, Sentenza n. 1/07, 21 giugno 2007
[2] Tribunale di Rimini, Sentenza n. 1604/2008, 27 giugno 2008

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

2 pensieri riguardo “A dieci anni dall’omicidio Guerra (quando in Romagna la ‘ndrangheta sparava)

  • 03/02/2015 in 09:38
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    Ci sono alcune incongruenze, Angelo Epaminonda cercò ma non riuscì a conquistare la riviera omagnola, quando arrivarono nell’estate dell’82 per tastare il territorio Epaminonda e il suo gruppo di fuoco (gli indiani) si resero conto di quanto fosse impegnativo rispetto a Milano fare cosa loro il gioco d’azzardo in questo nuovo territorio. Erano reduci dalle guerre con i Mirabella, dalla minacia di Cutolo, dalle sfide dei Guida, da una sempre più pressante presenza della polizia che li aveva costretti a una latitanza senza precedenti. Si resero conto che non era una terra di conquista ma era una terra già conquistata da gruppi piuttosto forti di Siciliani soprattutto, Palermitani e Camorristi, ragionevolmente giunse alla conclusione che l’unica strada percorribbile era quella della mediazione. Si accordarono con Romagnioli della zona per entrare in una sorta di società dove le percentuali dividevano i ricavi in base regole prestabilite.
    Imancabili furono comunque gli omicidi, due furono abastanza eclatanti, i dettagli si possono trovare nelle dichiarazioni col giudice Di Maggio nella fase di collaborazione di Epaminonda tra il 1984 (arresto) e il 1987 data di apertura del processo.

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  • 03/02/2015 in 09:57
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    Gli assetti sono notevolmente cambiati, nel 2008 sono state riscontrate numerose novità in merito al gioco d’azzardo, quest’ultimo si è andato a legare inevitabilmente allo spaccio di stupefacenti gestito in modo particolare da gruppi Sardi legati al clan dei Moro. Particolari sistemi di riciclaggio sono stati messi in atto da gruppi minori uno dei quali fa rifferimento a Deiana Davide nativo di Tertenia in Sardegna classe 1973 e Giovannino serra di Mamoiada, altri legati ai territori barbaricini. Proprio le case da gioco clandestine avevano il compito di alzare crediti poi uttilizzati per ingenti investimenti in sostanze stuppefacenti in particolar modo (eroina). Compito dei gestori delle bische la corretta funzionalità del flusso di denaro, queste gestite in particolar modo da gruppi Macedoni e Albanesi legati a GHEJASTRI MATREVRIODUI.

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