martedì, Marzo 3, 2026
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“Noi tutto bene”

Non mi era mai capitato nella vita. Il messaggio a uno degli amici più cari, di quelli che non vedi da dieci anni ma sai di potergli confidare ogni segreto. L’amicizia nata a scuola, cresciuta in sella al motorino, che ha cavalcato le onde dei baci, delle lacrime, delle manifestazioni, dei manganelli e poi dei grandi amori e dei figli. Vite vissute in lontananza. Ieri la necessità di un messaggio. “Stanno bombardando, state bene?”. “Noi tutto bene. Ma la situazione non è bellissima. Tanti missili per aria, si sentono esplosioni”.

La guerra entra dentro la mia vita, quella più intima. Non c’entra l’indole “a essere vivi e felici solo se lo possono essere tutti”. Non c’entra la solidarietà internazionalista. Non c’entra neanche la sofferenza per le immagini atroci dei morti ammazzati. Mai come adesso sento la guerra vicina. Le bombe diventano una categoria di minaccia plausibile, addirittura probabile: come un terremoto, un’alluvione, un incidente stradale. Qualcosa di cui spaventarsi veramente.

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Un giorno all’Arci abbiamo ricevuto una videochiamata da Gaza. Un ragazzo di ventidue anni, in un inglese stentato e con un sorriso enorme, ci chiedeva di poter trascorrere undici mesi a Catania per un progetto di volontariato. All’inizio della chiamata ci ha chiesto scusa per il ritardo, ma avevano appena bombardato la casa da cui si sarebbe dovuto connettere e ha dovuto cambiare casa. Sorrideva e ci chiedeva scusa. Lui a noi. Ci raccontava la guerra, la fame ma sorrideva per ottenere quel posto da volontario. Abbiamo fatto di tutto ma non si poteva uscire da Gaza. Non lo abbiamo più sentito. Era la guerra, drammatica, straziante, devastante. Eppure non mi era ancora così vicina.

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Un giorno al Giardino di Scidà, bene confiscato alla mafia a Catania, abbiamo accolto dieci giornaliste ucraine. La Russia aveva iniziato a bombardare da pochi mesi. Abbiamo chiesto di spiegarci cosa stesse succedendo come fossero cambiate le loro vite. Una ragazza, la più giovane, ci ha raccontato che una delle cose più brutte era diventata il cielo. Quel cielo che era sempre stato bello, azzurro, aperto, libero, pieno di uccelli e aeroplani da salutare. Era diventato un incubo. Metteva terrore. Il solo rumore di un aeroplano scatenava il panico, perché annunciava la possibilità di altre bombe: devastazione e morte. Avevano perso amici, parenti, genitori con la guerra e avevano perso anche il cielo. Era guerra, ma anche questa non era così vicina.

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La base militare di Sigonella, centro nevralgico delle operazioni militari americane nel Mediterraneo, dista venti chilometri da Catania. I servizi di comunicazione della base hanno avvisato i militari di stare in guardia. Il livello di allerta potrebbe crescere nelle prossime ore, alla luce degli attacchi subiti dalle basi a Cipro. Noi per adesso tutto bene.

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