Perché questo referendum è una trappola
Perché il No non è ideologia
Questo referendum viene raccontato come una rivolta contro una casta: i magistrati. È una narrazione semplice, rozza, ma efficace. In un Paese educato per anni all’odio anticasta, dire “facciamogliela pagare ai giudici” è una scorciatoia comunicativa formidabile. Ed è proprio per questo che è falsa. Questa riforma non colpisce una casta. Ne protegge un’altra. Non riduce il potere. Lo sposta. E lo sposta verso la politica.
Non è un caso che a sostenerla con particolare entusiasmo sia un mondo ben riconoscibile: quello di chi ha vissuto la giustizia come un intralcio personale. Politici condannati, amministratori travolti da inchieste, uomini di potere che hanno sempre considerato l’azione penale una persecuzione. Una genealogia lunga, che va dal berlusconismo delle origini di Previti e degli amici di Marcello Dell’Utri, condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, fino a figure simboliche come Totò Cuffaro, condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, passando dalla Santanchè a Palamara. Non sono dettagli. Sono segnali. Questa riforma viene infatti dedicata a Silvio Berlusconi, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato l’idea che le regole valgano solo per chi non comanda. È una dedica che pesa, perché racconta una storia precisa: quella di un potere che non ha mai accettato di essere controllato.
Si discute ossessivamente di separazione delle carriere, come se fosse il cuore del referendum. Non lo è. La separazione, nei fatti, esiste già: il magistrato sceglie all’inizio se fare il giudice o il pubblico ministero e può cambiare una sola volta nella vita. I passaggi sono rarissimi. Il problema non è questo. Il problema è l’indebolimento strutturale dell’autogoverno della magistratura. Il CSM viene
spezzato, la componente togata viene sorteggiata, cioè resa casuale, mentre la componente politica
continua a essere scelta. Il sorteggio viene venduto come moralizzazione. In realtà è una rinuncia alla
responsabilità: chi è estratto a sorte non rappresenta nessuno, non risponde a nessuno. La politica, invece, resta organizzata, selezionata, compatta. Il risultato è chirurgico: il potere politico non aumenta formalmente i propri poteri, ma si trova davanti un contropotere più debole. Come ricordava Sciascia, il potere vero non è dove fa rumore, ma dove smette di incontrare ostacoli.
Il passaggio più grave, però, è un altro. Ciò che prima era rigidamente garantito dalla Costituzione viene demandato alla legislazione ordinaria. L’Alta Corte disciplinare – oggi inesistente – sarà regolata domani da leggi a maggioranza semplice. Oggi si vota una riforma costituzionale “in blocco”, domani la politica scrive le regole. È un assegno in bianco. Non è un sospetto. È dichiarato. Il ministro Carlo Nordio ha detto apertamente che questa riforma “restituisce spazi alla politica” e che sarà utile anche al centrosinistra quando governerà. Tradotto: non è una riforma contro qualcuno, è una riforma per chi
governa, chiunque governi.
A questo punto arriva l’accusa più pigra: il NO sarebbe ideologico. Falso. Qui l’unica ideologia è quella minima dello Stato di diritto: separazione dei poteri, indipendenza della giurisdizione, impossibilità che chi esercita il potere politico possa condizionare chi giudica. E mentre si agita il fantasma dei “giudici politicizzati”, si evita accuratamente di parlare dei veri problemi della giustizia: carenza di personale, processi lenti, uffici allo stremo, cancellerie vuote, edilizia giudiziaria indegna. Nulla di tutto questo viene risolto dalla riforma. Chi la pagherà non sarà la casta. La pagheranno i poveri, gli imputati comuni, i senza
difese. Perché una giustizia indebolita non colpisce i potenti. Colpisce sempre chi non ha protezioni. Il
NO non è conservazione. È una scelta lucida. È il rifiuto di una vendetta istituzionale travestita da
riforma. È Giustizia.

