Genova 2001: l’altra faccia della violenza di stato

“E Genova s’apriva contro la paura
dei divieti e delle barriere
delle forze dell’ordine schierate
in assetto di guerra
a salutare il canto
delle belle bandiere
degli oppressi di tutta la terra”

 Da molti mesi il “Genova social forum” pensava e organizzava, in modo pacifico e costruttivo, di contrastare, attraverso il dialogo e le dimostrazioni, l’assemblea degli otto capi di stato più potenti della terra, che dovevano decidere sulla vita economica e finanziaria, sull’ambiente, sull’emigrazione, e tanto altro. Lo slogan del movimento “No global” era “Voi otto, noi cinque miliardi!”.

L’idea dei movimenti era quella che una politica calata dall’alto e con i propri interessi non poteva andare bene. E che le questioni che riguardavano l’intera umanità dovevano essere condivise attraverso una grande partecipazione democratica.

La paura degli otto potenti era quella che la saggezza di tanti uomini e donne, che in modo consapevole conoscevano i propri territori, le proprie genti e come queste sono sfruttate – così come l’ambiente e le risorse del pianeta – fosse più ascoltata dalla grande maggioranza dell’umanità.

Infatti, il potere – con la compiacenza dei media ad esso favorevole – già mesi prima di quel luglio del 2001 aveva diffuso informazioni che criminalizzavano il movimento “Attenzione alle tute bianche, agli anarchici, ai black block: sono tutti terroristi!”.

Genova venne letteralmente ingabbiata: fu proibita la libera circolazione dei cittadini e delle cittadine del mondo separando, attraverso la zona rossa, le aree dove si svolgevano gli incontri tra i potenti della terra da quelle dove i popoli manifestavano per un altro mondo possibile.

Ma questo al potere non bastò: infatti schierò migliaia di poliziotti e carabinieri dei reparti mobili, in pieno assetto antisommossa. Questi agenti, bene addestrati all’uso del manganello e al lancio dei lacrimogeni, mostrarono tutta la loro violenza di matrice neofascista.

Questa storia la conosciamo, una brutta storia che mise in secondo piano le iniziative “arcobaleno” dei movimenti sociali che provenivano da tutto il mondo. Le piazze, i giardini pubblici e persino le spiagge genovesi si colorarono di tende improvvisando campeggi “no global”. Così, durante i dibattiti e le assemblee spontanee, sentimmo le narrazioni di chi aveva resistito alle dittature latinoamericane, dei contadini che si opponevano agli OGM attraverso un’agricoltura biologica e nel rispetto degli equilibri della terra, degli artisti che sui muri di Genova dipingevano i loro murales per narrare la “dittatura” del neoliberismo, delle multinazionali e l’azione della banca mondiale che strozzava e strozza i popoli del terzo mondo. A Genova insomma ci accolse un’aria di festa che contaminava ognuno di noi, mescolando tante lingue e razze diverse.

Poi arrivò il 20 luglio, manifestazione dedicata alla solidarietà agli emigranti che fuggivano da guerre e fame. Musica, tanta musica da tutte le parti del mondo per ballare insieme tenendosi per mano. Ad ogni angolo di strada la polizia e i carabinieri guardavano e “mordevano il morso” cercando un pretesto per scatenare tutta la loro violenza. Non aspettarono molto.

Già di prima mattina, il giorno successivo, i movimenti si ritrovarono nelle piazze tematiche, dove si sarebbe discusso sui temi che affliggevano e affliggono il nostro pianeta. Le femministe, i pacifisti, i sindacalisti dei Cobas erano in quelle piazze giocosamente riuniti, ma così non doveva andare. Qualcuno aveva già organizzato come guastare la più grande festa per i diritti e la pace.

Ci chiusero con le loro gabbie, con i loro scudi e manganelli e caricarono al grido funesto di “Viva il duce!”. Tutto era stato studiato da chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza di tutti i cittadini, scegliendo la violenza, creando il meditato caos. Ma una cosa non considerarono: che tutto sarebbe stato documentato in una sorta di informazione spontanea e di base. Fotocamere, videocamere e telefonini smascherarono infatti le forze dell’ordine e il governo, capeggiato a Genova da Gianfranco Fini. E fu così che quella festa fu ed è stata dimenticata. Tocca a noi ricordare, attraverso le immagini indelebili, che a Genova per qualche giorno si provò a buttare le basi per un nuovo mondo.

 

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 Napoli marzo 2001

Ancora non c’era il governo Berlusconi, ma un governo di centrosinistra, e il Ministro degli interni era l’onorevole Enzo Bianco, attuale sindaco di Catania. A Napoli si fecero due prove generali: la prima fu quella del movimento “no global” che manifestava pacificamente per il diritto alla dignità per l’intera umanità; la seconda fu quella fatta dal ministro Bianco che, con i suoi collaboratori, il capo della polizia e il comandante generale dell’arma, studiò come contrastare e neutralizzare i movimenti sociali.

Fu fatta una terza prova generale: quella che diede inizio agli arresti abusivi e alle torture nelle caserme napoletane. Quella repressione, nei mesi successivi, fu presa come modello per il G8 di Genova. Come forse alcuni sanno e i più non sanno, è che quei manganelli che si videro in mano ai celerini si chiamano “tonfa”: vengono dall’Argentina e furono architettati durante la dittatura argentina degli anni Settanta e inizio anni Ottanta. Pare che facciano molto male, sono stati inventati per questo! Quei manganelli furono acquistati dal Ministero degli interni per le forze dell’ordine e le fece commissionare l’allora ministro degli interni, l’onorevole Enzo Bianco.

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foto archivio Giovanni Caruso

 

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