Beni confiscati in Sicilia

Meno della metà quelli assegnati. Più di tremila quelli abbandonati

La Sicilia ha visto più volte applicata la legge 109/96. Sono quasi cinquemila i beni confiscati in territorio siciliano. Cinquemila ville sfarzose, abitazioni, palazzi, sottratti alla criminalità organizzata e restituiti, come voleva Pio La Torre e come vorrebbe la legge, alla cittadinanza per scopi virtuosi? No, purtroppo. I beni destinati e assegnati in Sicilia, ad oggi, sono meno della metà. Lo si apprende dalla relazione redatta (nel giugno del 2015, ndr) dal settore nono della Presidenza della Regione sull’attività di monitoraggio riguardante la rilevazione delle criticità sull’utilizzazione dei beni confiscati assegnati al patrimonio indisponibile dei trecentonovanta Comuni siciliani.

CalcestruzziBelice

Più di tremila beni abbandonati. Una lotta contro il tempo. Il lasso di tempo che passa in media tra la confisca e l’assegnazione per utilizzo sociale sfiora i dodici anni. Ogni giorno che passa, senza nessuno che se ne occupi e senza manutenzione, ognuno di questi oltre tremila beni, si sgretola e perde valore. I motivi dei ritardi sono molteplici; basti pensare che più dell’80% dei beni confiscati dalle procure siciliane risulta gravato da ipoteca. Oltre alle pratiche burocratiche, risulta estremamente difficile trovare qualcuno che sia interessato al bene. È emblematico il caso di Castelvetrano, dove in contrada Canalotto, circa un anno fa, sono stati dati alle fiamme venti ettari di uliveto confiscati alla famiglia dei Sansone, costruttori palermitani e proprietari della villa dove si nascondeva Totò Riina al momento della sua cattura. L’incendio è avvenuto qualche settimana dopo la concessione all’associazione Libera dei terreni. Tutto questo causa fenomeni come quello di Licata, cittadina in provincia di Agrigento. Grazie alle denunce dell’associazione A testa alta è stata riscontrata la completa violazione da parte del Comune della normativa sulla pubblicazione e procedimentalizzazione per l’assegnazione dei beni, che, in quanto ente assegnatario, da questo dovevano essere svolte. Sono venuti fuori tantissimi beni di cui si era persa memoria. Tra questi, un vastissimo terreno in contrada Passerello, un tempo appartenuto a Salvatore Alabiso e assegnato al Comune nel lontano 2000. Doveva divenire il vivaio comunale, e oggi è divenuto una discarica a cielo aperto sequestrata di recente dai carabinieri. Grazie al lavoro del commissario straordinario Grazia Brandara, che ha cercato di regolare il più possibile la situazione, oggi è possibile sapere quali e quanti beni confiscati ci sono a Licata. Camminando per l’abitato si riconoscono. In ognuno di essi è stata affissa una targa, ma sono pochissimi quelli agibili e utilizzabili, forse nessuno.

Come se non bastassero le problematiche burocratiche e il risentimento di chi quei beni se li è visti togliere, altri problemi arrivano anche da chi a quei beni dovrebbe dare una nuova vita. Su questo verte l’inchiesta scoppiata intorno all’ex Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto.  Stando a quanto sostiene il piano accusatorio, la maggior parte dei beni confiscati in Sicilia era assoggettato a logiche clientelari e a forti interessi lucrativi di chi deteneva la gestione legale dei beni. Gli indagati principali di questa vicenda sono stati di recente rinviati a giudizio dalla Procura di Caltanissetta e probabilmente il processo aprirà nuove pagine su questa vicenda.

In mezzo a questo marasma però non è tutto nero. La macchina  delle assegnazioni, seppur a rilento, continua a camminare. Il 17 aprile, all’Hotel San Paolo Palace di Palermo, l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata ha consegnato a Prefetti e Sindaci siciliani più di quattrocento beni confiscati. La consegna è stata anche l’occasione per il Prefetto Postiglione (direttore fino allo scorso anno dell’ANBSC) di raccontare le storie virtuose di quattro strutture sottratte alla mafia, che oggi sono alberghi che fanno il pieno di turisti e fatturato. Uno dei quattro è proprio il San Paolo Palace.

Ma ci sono tante altre storie positive che vale la pena di raccontare. La prima riguarda la Calcestruzzi Ericina, confiscata definitivamente nel 2000 al boss Vincenzo Virga, capo-mandamento di Trapani. Con la riassegnazione del 2008, l’azienda ha aggiunto alla sua denominazione Libera e oggi conta tredici dipendenti. “La nostra forza è che non ci siamo mai fermati – spiega Gisella Zagarella, ingegnere ambientale della cooperativa – anche quando hanno disposto il sequestro dell’azienda. Abbiamo avuto coraggio nel fondare la cooperativa. E ci volle anche coraggio nell’assumere me, grazie all’intervento dell’allora Prefetto Sodano, che fece valutare dei curricula di alcuni studenti dell’Università di Messina, tra cui il mio. Pensate che affronto alle organizzazioni criminali inserire una donna nell’organico, per di più come ingegnere ambientale (attualmente anche in qualità di amministratore delegato). Ora alla Calcestruzzi Ericina vige la legalità”.

Molto più travagliata è stata invece la questione riguardante la Calcestruzzi Belice, un’altra ditta di calcestruzzi, in provincia di Agrigento. L’azienda, sequestrata nel 2010 al Gruppo Cascio (al cui vertice c’era Rosario, coinvolto poi nell’inchiesta Scacco Matto del 2014), era stata ricostituita come cooperativa sociale, sotto l’egida dell’ANBC. Nel 2016 il tribunale di Sciacca dichiara il fallimento dell’azienda per un debito di circa 30mila euro con l’ENI. Lo Stato contro se stesso. “Abbiamo continuato a lavorare fino a dicembre – racconta Luigi Castiglione, uno dei dipendenti della Calcestruzzi Belice – dal momento che non eravamo ancora stati iscritti nei registri fallimentari. Con il nuovo anno ci hanno intimato di chiudere e lì abbiamo cominciato a occupare l’azienda, consapevoli di essere vittime di un’ingiustizia”. A queste vicende sono seguiti mesi di trattative, interrogazioni parlamentari, incontri con i sindacati e con l’Agenzia Nazionale. “L’Agenzia fino a quest’anno, quando sono cambiati i quadri dirigenziali, non ha mai discusso direttamente con noi, preferendo dialogare attraverso la CGIL. Spesso è più facile far fallire le aziende che trattarne la riapertura. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate, il Presidente Sodano ha ascoltato le nostre rimostranze e grazie anche al suo lavoro siamo arrivati all’accordo di Roma di qualche giorno fa”. Il 22 luglio scorso infatti, dopo un incontro tra dipendenti, sindacati e ANBSC, si è arrivati alla firma dell’accordo che vede (dopo che il Tribunale di Palermo si era pronunciato sulla revoca del fallimento aziendale) la riassunzione dei lavoratori a partire dal 1 luglio. “Pur di tornare a lavorare, abbiamo decurtato parte del nostro stipendio, riassumendo anche col minimo salariale – ammette Castiglione -. Dobbiamo però dire che all’interno dell’Agenzia le cose non funzionano sempre come dovrebbero, motivo per cui ci si auspica l’approvazione della riforma del Codice Antimafia, che vedrebbe lo spostamento della sede centrale dell’ANBSC nella Capitale e un aumento del personale della stessa, ora incapace di gestire l’ingente mole di beni confiscati presenti su tutto il territorio nazionale”.

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