Trent’anni di solitudine

“Qua ormai la mafia non c’è più”. Ma intan­to controlla sempre banche e latifondi

“A Trapani forse la mafia è addirittu­ra più forte e inviolabile che a Palermo, poiché può contare, oltre che sulle pro­ficue alleanze con le cosche americane, sull’impaurito silenzio della città e sull’indifferenza dei mass media; chi tenta di opporsi al suo strapotere fini­sce isolato e ucciso, come Ciaccio Mon­talto, oppure isolato e allontanato, come è accaduto negli ultimi tempi a magi­strati e poliziotti troppo pignoli”…

E’ l’incipit di un articolo de I Siciliani di Pippo Fava nel 1981, firmato da Clau­dio Fava. Lo stesso “attacco” può essere ancora usato oggi per Trapani. L’unica correzione è nel numero di morti. A Paler­mo non si spara quasi più, a Trapani i de­litti di mafia fanno parte della tragica ma spesso dimenticata storia della provincia. A Palermo non si uccide più perché dopo le stragi l’ordine di non sparare più arrivò proprio da Trapani, da Matteo Messina Denaro il latitante più ricercato oggi.

Oggi c’è la mafia sommersa, la mafia che comanda grazie all’aria grigia, che non ha bisogno di armi per imporsi, la Cosa nostra 2 ideata ancora da quel Mat­teo Messina Denaro che nel trapanese e nel suo mandamento, quello di Castelve­trano, inaugurò per tempo la stagione del­le affiliazioni senza più tanti riti.

E’ una mafia che oggi si può colpire solo con le contestazioni di reati come quello di concorso esterno, favoreggia­mento, ma è ben noto l’approccio che la legislazione penale e la giurisprudenza hanno rispetto a questo genere di reati.

La forza grigia della mafia

Le procure indagano, le forze dell’ordi­ne colpiscono, ma spesso chi viene arre­stato per questi reati o viene assolto o ra­ramente sconta la pena in carcere, se lo fa torna libero più forte e autorevole di pri­ma, pronto a cercare l’amico Matteo.

E la mafia trapanese è più forte. Forte anche perché si continua a negarla, ieri “non c’era”, oggi “è sconfitta”. Ma con­trolla le casseforti.

La mafia è forte perché a Tra­pani c’è ancora chi pensa che tra la mafia e l’anti­mafia esista una posizione media­na, “a me non interessa né l’una né l’altra”, è forte perché alla fine se si parla di mafia si finisce con l’attaccare l’anti­mafia, è forte perché la politica ha bravi attori e brave attrici, è forte perché la ge­stione dei beni confiscati arranca ogni giorno e l’unico prefetto che aveva trova­to modi e maniere per rendere produttivi i beni con­fiscati ai mafiosi è stato cacciato via, si chiama Fulvio Sodano. La mafia lo dice tempo: “colpirne uno per educarne mille”.

 

Quel prefetto che doveva andar via

 

Quel prefetto “testa di minchia” doveva andar via, lo stesso il capo della Mobile Linares, mandato a occuparsi di camorra.

Provate ad immaginare come un croni­sta che non vuole piegarsi a nessuno pos­sa raccontare questo territorio. Lo si fa col rischio del “mascariamento”, delle quere­le temerarie, spesso fra ipocrite solidarie­tà. Oggi a differenza del 1981 i santuari mafiosi sono stati violati, ma spesso ciò finisce con l’essere banalizzato, come fos­se ordinario, mentre è qualcosa di straor­dinario, non tanto per l’azione investigati­va quanto perché apre gli occhi su una realtà dove ogni giorno si scopre che una impresa, una società, piccole, medie e grosse, sono state a servizio della mafia.

C’è chi sostiene che è esagerato ricon­durre tutto a Matteo Messina Denaro. E Matteo manda a ringraziare. In quel 1981 l’attenzione della mafia era rivolta al Pa­lazzo di Giustizia. Leggete la sentenza sulla famosa loggia massonica segreta, dove erano iscritti mafiosi e colletti bian­chi, per scoprire che l’attività principale era rivolta al lavoro di magistrati, giudici e cancellieri. Oggi che Palazzo di Giusti­zia non è sotto controllo mafioso, ecco che è scattata la nuova strategia: dare del portavoce ai giornalisti che seguono il lavoro di pm e giudici, compiere intimida­zioni, presentare denunce per reati inesi­stenti, incaricare qualcuno di scoprire se mai uno di questi pm o giudici abbia sche­letri nell’armadio.

La Trapani di oggi e la Trapani di ieri

Questa è la Trapani di oggi, naturale prosecuzione di quella di ieri. Meglio par­lare delle aziende confiscate che non sono in grado di sopravvivere (nate in funzione dell’illegalità non riescono a vivere senza) che delle società e imprese che dichiarano forfait dopo aver succhiato fiumi di pub­blico denaro. Non si parla di aziende come Megaservice sfruttate da una politi­ca abbuffona, di Airgest, di Cantiere Na­vale, o se ne parla solo per mistificare. Si tace su l rapporto, storico e attuale, tra le grandi famiglie latifondiste ed i mafiosi D’Alì, Fardella, Adragna, Bulgarella.

Nella prosecuzione di questi rapporti a Trapani il malaffare, cambiata pelle, con­tinua a imperare. Una mafia borghese, dove non ci sono coppole e lupare, ma grisaglie e “manager”. Rispetto a quel 1981 qui la mafia di paese non c’è più, è sparita. La mafia borghese ha prevalso. Minore, Virga, Pace, Marino, Coppola, Maiorana erano i cognomi che imperava­no ieri e continuano a farlo anche oggi. Si nota in qualche bar la domenica mattina quando l’ereditiero di turno passa accom­pagnato e riverito. La mafia mantiene controlla sempre le banche, che intanto hanno cambiato veste e nome.

E scrivere di mafia “non è cosa buona”

La Trapani di oggi è questa qui. Qualcu­no vi dirà che chi ha scritto queste cose è un bugiardo, un portavoce di pm e poli­ziotti… e a Trapani purtroppo “questa non è una cosa buona”.

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