Mafia qui? Nein, Danke!

“E’ un problema italia­no, non tedesco…”.

La mafia non esiste, figuriamoci in Germania. È un problema italiano e non certo tedesco. Ecco, diciamo che le varie dichiarazioni del governo tedesco non promettono bene, visto che nessun ter­ritorio può dichiararsi immune e si può star certi che la mafia in Germania esiste, eccome!, ed è sempre più presen­te e più forte.

Già negli anni ’80 la polizia tedesca aveva nel mirino i traffici di cocaina gesti­ti dalla ‘ndrangheta nell’allora Repubblica Federale Tedesca. Proprio a partire da quegli anni si moltiplicano i locali gestiti da famiglie affiliate alla ‘ndrangheta, luo­ghi che diventano presto basi operative per lo smistamento della droga in vari paesi europei. E’ così anche negli anni ’90, dopo la caduta del muro di Berlino che ha aperto il mercato ad est: territorio ancora vergine.

Insomma, si tratta di un fenomeno che da sempre merita attenzione, eppure trop­po spesso ignorato dalle istituzioni tede­sche. Questa è stata, in sintesi, la tesi dei relatori al convegno «Mafia made in Ger­mania: inchieste transnazionali» andato in scena in occasione del Festival Internazio­nale del Giornalismo di Perugia di quest’anno. Tesi alimentata dalle analisi di un’inchiesta transnazionale realizzata dal FunkeMedien-Gruppe, Der Spiegel, WDRtv, IRPI e Grandangolo, giornale lo­cale della provincia di Agrigento.

A dire che “c’è ancora molto lavoro da fare per contrastare le attività della crimi­nalità organizzata di stampo mafioso tra Italia e Germania” sono stati CeciliaAne­si, co-fondatrice IRPI- Investigative Re­porting Project Italy, Anna Maria Neifer, Westdeutscher Rundfunk, GiulioRubino, co-fondatore IRPI e DavidSchraven, Fun­ke Medien-Gruppe, in occasione della ta­vola rotonda perugina.

Dagli anni ’90 ai nostri giorni

Dagli anni ’90 ad oggi sono accadute molte cose anche in Germania: la più eclatante la strage di Duisburg che nel 2007 ha aperto gli occhi anche ai tedeschi più scettici. Il 17 gennaio 2013 alcune persone vengono arrestate tra la Germania e Licata, piccola cittadina dell’Agrigento, nell’operazione denominata “Scavo”. Ga­briele Spiteri, originario di Licata, e Rosa­rio Pesce, di Riesi, erano stati incaricati di gestire la Baumafia, ovvero la “mafia del­le costruzioni”.

Entrambi dovevano coordinare i cosid­detti “procacciatori di prestanome”, i qua­li dovevano trovare tra parenti e amici in Sicilia qualcuno che li aiutasse nel loro operato. I cosiddetti “cretini” dell’apologo di Frank Coppola – riportato nel libro “La Convergenza” di Nando dalla Chiesa – ovvero coloro che più o meno inconsape­volmente si prestano a fare il gioco della mafia. Attraverso i prestanome, Spiteri, che gestiva Colonia, e Pesce, a capo di Dortmund, aprivano varie aziende edili con scopi di riciclaggio.

Il sistema funzionava così: il denaro ve­niva trasferito sui conti correnti delle aziende in questione per pagare alcune fat­ture false, a cui non corrispondeva al­cun servizio di costruzione e il prestano­me “ti­tolare” li ritirava in contanti. Il 90 per cen­to della somma veniva riconsegnata all’imprenditore che aveva comprato la fattura falsa.

Il dieci per cento invece andava ai due “manager”, Spiteri e Pesce, che li usavano per pagare i commercialisti e i prestanome e per i loro affari. Spiteri e Pesce discute­vano spesso in merito al sistema da loro creato e si incontravano presso un bar ge­stito dallo stesso Spiteri a Colonia.

È rilevante notare un aspetto: anche in Italia, le “chiacchierate” tra personaggi appartenenti alla criminalità organizzata si svolgono nei bar e presso ristoranti e piz­zerie. Un importante collaboratore di Spi­teri, Calogero Di Caro ha raccontato agli investigatori che Spiteri “consumava tanta cocaina quanta l’intera Colonia” e all’interno del bar avvenivano grandi traf­fici di cocaina. Affari e traffici che Spiteri aveva importato anche in Germania.

Di Caro fu scarcerato nel 1994 e diven­ne collaboratore di giustizia ma dagli in­quirenti era considerato come un parziale e poco affidabile aiuto per le autorità. Sta di fatto che i boss lo hanno lasciato vivere e lui ha continuato “la sua attività” anche in Germania. “Cosa nostra ha l’ordine di non uccidere in Germania”, ha affermato un ospite dell’incontro di Perugia, “poiché è importante non destare alcun sospetto”, ma se le cose si mettono male, si uccide.

Fra Palma di Montechiaro e Mannheim

Lampante è l’esempio di diversi omici­di avvenuti presso il mandamento di Pal­ma di Montechiaro (AG), certamente più vici­ni alla casa madre siciliana. L’omici­dio di Calogero Burgio, di Giuseppe Con­dello, capo del mandamento di Mannheim (Ba­den-Württemberg), e Vincenzo Prio­lo.

Da quando Matteo Messina Denaro co­manda Cosa nostra siciliana, la regola è la seguente: prima il il business. Non si spara più, a meno che non sia strettamente ne­cessario. Ma, ritenuto poco affidabile e un cane pazzo che usava troppa cocaina, Con­dello ha tirato troppo la corda, fir­mando, di fatto, la propria condanna a morte.

Tale soluzione è stata molto discussa tra tutti gli altri capi manda­mento dell’agri­gentino, ma nessuno decideva. Matteo Messina Denaro, dunque, prese la decisio­ne finale: “O ci pensate voi o ci penso io”. Nel mese di gennaio 2012 Condello e Priolo furono ammazzati e infilati all’interno di un pozzo sotto un cavalcavia di contrada Ciccobriglio, tra Campobello di Licata e Palma di Montechiaro.

Quello che emerge è il cambiamento che il latitante Matteo Messina Denaro ha avviato all’interno di Cosa Nostra sicilia­na: è stato fatto un patto in Germania tra varie province mafiose. I capi mandamen­to tra la Germania e la Sicilia sono ben strutturati.

A che punto siamo?

Questa storia rivela una ramificazione della mafia, non solo quella siciliana ma anche della ’ndrangheta calabrese, in Ger­mania. C’è ancora molto da fare. La giuri­sdizione tedesca non ha una normativa an­timafia, come in Italia. E, non a caso, i re­latori del dibattito di Pe­rugia hanno battu­to molto su questo punto chiedendo che “cambi la normativa in Germania” affin­ché tutti, dal Governo alla società civile, possano finalmente avere una maggiore consapevolezza che la ma­fia esiste davve­ro. Nel prossimo futuro, hanno aggiunto, avremo un database dedicato, sperando di vedere presto il reato di associazione ma­fiosa riconosciuto anche in Germania.

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