Le pistole e le parole

Il suo “concetto etico del giornalismo” è di­ventato riferimento cul­turale e pratica quoti­diana di un paio di ge­nerazioni di giovani cronisti

Giuseppe Fava non l’ho mai incontra­to. Ogni tanto leggevo il Giornale del sud, compravo e divoravo avidamente entusiasta ogni parola de I Siciliani, ché finalmente c’era un giornale che mi raccontava Catania e la Sicilia come nessuno prima, ma Giuseppe Fava non l’ho mai incontrato. L’ho visto in tv, con quella sua faccia da saraceno e il giubbotto nero, mentre parlava di ma­fia, di politica, di corruzione, di secon­da Repubblica, ma di persona non l’ho visto mai.

Mi rivedo ancora, la mattina del 6 gen­naio 1984, a guardare inebetito la prima pagina de la Sicilia esposta davanti all’edi­cola della piazza del mio paese, con la notizia del suo omicidio in apertura. (Quella stessa Sicilia che nei giorni suc­cessivi dà il “meglio” spargendo a piene mani dubbi sulla matrice mafiosa del de­litto). Senso d’incredulità e d’impotenza che si fondono, e forse è in quel momento che ho capito appieno le conseguenze di quel «policentrismo della mafia» denun­ciato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa nell’intervista a Giorgio Bocca, nell’agosto dell’82, venti giorni prima di essere ammazzato: prima la mafia coman­dava a Palermo e spazzava via chiunque le si parasse d’avanti, specie chi indagava sui suoi affari e i suoi legami “eccellenti”; ora comandava anche a Catania, la città dei «quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa»…

Un clima da trincea

All’inizio dell’86, con la trasformazione del mensile in settimanale, dopo un anno e mezzo di collaborazione con le pagine culturali, mi ritrovai redattore di quel giornale, che nel frattempo aveva trasferi­to la propria sede dalla storica redazione di Sant’Agata Li Battiati a Catania, nel centrale corso delle Provincie. Riccardo mi chiese di coordinare l’inserto satirico che Fava aveva inventato e che loro, poi, avevano masochisticamente soppresso, ché in guerra non c’è posto per le risate.

Un clima da trincea che che diventava palpabile quando guardavo le pistole di Claudio e Miki poggiate sulle rispettive scrivanie, accanto a penne taccuini libri e computer come fossero anch’esse ferri del mestiere, ché allora non era come oggi: t’arriva una mail anonima, si riunisce di gran carriera il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e t’assegna la scorta; no, allora in questura a Catania ti davano una pacca sulla sulla spalla e ti consiglia­vano: «Ragazzo, pigliati il porto d’armi e comprati una pistola».

Roba da Far West. Poi capirono che le sole armi di un giornalista sono le parole e le pistole sparirono.

A me ha cambiato la vita

Il Direttore – come ha continuato a chiamarlo Riccardo – ho imparato a cono­scerlo attraverso i loro ricordi, dagli aned­doti che di tanto in tanto qualcuno dei «carusi di Fava» raccontava, dalla lettura di articoli romanzi e opere teatrali. Dai di­segni e dalle opere pittoriche. Dal suo amore per il mestiere di giornalista che da tutto ciò traspariva e dal grandissimo senso etico che ne discendeva.

Il suo «concetto etico del giornalismo» è diventato riferimento culturale e pratica quotidiana di un paio di generazioni di giovani cronisti cresciuti in quella reda­zione con coloro che da lui erano stati in­stradati al mestiere e ne avevano seguito le orme. E di tanti altri colleghi che in quella redazione non hanno mai messo piede.

A me, Giuseppe Fava e i suoi carusi hanno cambiato la vita, ché ritrovarmi dentro una storia di mestiere e impegno civile così grande mi ha imposto un rigore e un senso di responsabilità che poco ave­vano da spartire con il giovane fricchetto­ne ribelle appassionato di rock e fumetti che ero prima.

Giuseppe Fava non l’ho mai incontrato, quand’era vivo, ma ha ugualmente fatto di me una persona nuova e, forse, anche un buon giornalista.

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