L’antimafia sociale in Sicilia

Il patto fra politici e la­tifondisti nella Sicilia dell’Ottocento. Un mondo ferocemente di­viso fra milioni di di­sperati e pochissimi abbienti, di cui il brac­cio armato era la mafia

L’antimafia sociale, cioè la vera anti­mafia, la sola antimafia, quella che fin dall’inizio combattè contro la mafia-mafia cioè la vera mafia, nacque quan­do aristocratici, gabelloti, sovrastanti, campieri strinsero un patto con la stra­grande maggioranza dei parlamentari siciliani: ciò avvenne intorno al 1876 con l’avvento della sinistra di Depretis e la definitiva alleanza tra le classi do­minanti del sud con quelle dominanti nel nord. 

In Sicilia ciò significò l’abbandono di una qualsiasi riforma agraria e del propo­sito, espresso anche da Garibaldi, di di­stribuire ai contadini le terre demaniali, ecclesiastiche e quelle mal coltivate del latifondo aristocratico.

Non era stata lotta alla mafia quella condotta dal buon Malusardi –prefetto di Palermo in quegli anni- perché, dopo aver perseguitato ladri, briganti e assassini, si stava accingendo a colpire malfattori “con i colletti bianchi”, e perciò fu prontamente sollevato dall’incarico e allontanato dalla Sicilia. 

I Fasci dei lavoratori 

Si può dire che la prima manifestazione dell’antimafia sociale fu rappresentata dai Fasci dei lavoratori, che tra l’estate del 1892 e l’autunno del 1893 si costituirono in numerosi comuni; ad essi accedevano contadini, braccianti, artigiani, proletari urbani, donne, a prescindere da apparte­nenze ideologiche, politiche o religiose: vi parteciparono infatti socialisti, cattolici, democratici, mazziniani, garibaldini, re­pubblicani. Tutte le richieste erano consi­derate legittime, se finalizzate al raggiun­gimento di una giustizia sociale.

Il Fascio si compone di operai d’ogni arte e mestiere, di ambo i sessi e d’ogni età, purché provino di vivere “col frutto del proprio lavoro e alla dipendenza dei padroni capitalisti, ecc. Non è considera­to operaio colui che ha sotto la sua di­pendenza uno o più lavoratori” (dall’Art 4 dello statuto del Fascio di Catania, 1891). 

“Il più grande dopo la Comune” 

“I Fasci dei lavoratori costituirono il più grande episodio di mobilitazione progres­sista dei ceti popolari evidenziatosi nell’Europa del XIX secolo dopo la Co­mune di Parigi” (Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Roma, Newton Comp­ton, 2006)

Se è vero questo, risulta alquanto com­plicato stabilire quale fu il carattere ideo­logico più significativo del movimento. In verità ci fu una certa sufficienza nel consi­derare il valore politico dei Fasci siciliani. Certi esponenti del riformismo e poi lo stesso Salvemini non espressero un giudi­zio positivo; in ogni caso ci furono forti resistenze a adottarlo come movimento d’ispirazione socialista, nonostante la pie­na e convinta adesione al socialismo dei più autorevoli esponenti dei Fasci, come Bernardino Verro, Cammareri Scurti, De Felice Giuffrida, Garibaldi Bosco, Petrina, Alongi, ecc. 

Uno slancio civile 

“Essi (i Fasci) furono espressione di quello slancio civile che talvolta si affer­ma, nei popoli come negli individui, sotto la spinta morale, e in linea di massima a-ideologica, del rifiuto dell’oppressione e della prevaricazione”. (Marino, ibidem).

Lo stato d’assedio di Crispi 

Contro tutta questa gente il siciliano Francesco Crispi, capo del governo, pro­clamò lo stato d’assedio e lanciò la re­pressione militare e giudiziaria.

Se quella dei Fasci siciliani fu la prima vera lotta alla mafia si capisce bene dove, fin da allora, essa puntasse: a Roma, al Governo, al potere.

L’antimafia sociale riprese vigore dopo qualche anno, dal 1906 in piena età giolit­tiana, con la lotta per le “affittanze collet­tive”. Si trattava di stipulare dei contratti di affitto dei terreni direttamente con i proprietari del latifondo saltando l’inter­mediazione parassitaria dei gabelloti. Da qui il tentativo mafioso di limitare quanto più possibile la stipula di tali patti limitan­done l’applicazione a terre demaniali o poco fertili.

Naturalmente, nel regno della mafia ben tollerato da Giolitti non mancò la repres­sione mafiosa: Bernardino Verro, Lorenzo Panepinto e tanti altri caddero sotto il fuo­co dei gabelloti e dei loro padrini politici. 

“Il Panepinto, il Verro, l’Alongi e deci­ne di altri oscuri dirigenti di base caddero, così, uno dopo l’altro, sotto il fuoco assas­sino della reazione, per mano della mafia, altro aspetto del loro destino, che offrì un alibi alla incomprensibile ed ingiustificata distrazione del socialismo italiano. Eppu­re quegli uomini seppero riscattare l’ono­re e il ruolo del Partito socialista, promo­vendo in Sicilia un autentico movimento unitario di classe”. (Francesco Renda, Storia della Sicilia, Laterza, Bari,1999).

Il sistema delle “affittanze collettive” fu il risultato di un’importante evoluzione del movimento cattolico: Luigi Sturzo ap­plicò in pieno i principi della Rerum no­varum e li amplificò: “Ponendosi nell’ottica di organizzatore dell’affittanza Sturzo assumeva un linguaggio radicale, non dissimile, almeno nella denuncia, da quello dei suoi concorrenti socialisti. Per gli uni e per gli altri l’antagonista reale era il gabelloto intermediario.”. (Rosario Mangiameli, Officine della nuova politi­ca, Cooperative e cooperatori in Sicilia tra Ottocento e Novecento, Catania, C.U.E.C.M., 2000). 

Il sindacalista cattolico 

Sturzo passò quindi dalla visione inter­classista che ispirava l’enciclica leonina, ad una nuova concezione classista della lotta contadina, ammettendo finalmente lo sciopero come forma di lotta: “Nacque il sindacalismo di classe cattolico italiano e Sturzo ne fu, oltre che il teorico anche il promotore, anche perché egli affrontò e sciolse l’altro nodo essenziale e discrimi­nante per la concezione sindacale cattoli­ca: la liceità del ricorso allo sciopero”. (Renda, ibidem)

Risultò, inoltre, essenziale, per il suc­cesso delle “affittanze” il flusso costante delle rimesse in dollari degli emigranti si­ciliani. Questo vero e proprio fiume d’oro servì per aderire al progetto di lottizzazio­ne del fondo, per onorare i mutui accesi con le casse rurali. Servì, certamente, per migliorare le condizioni di vita materiali di centinaia di migliaia di siciliani, ma servì anche per finanziare l’industria del Nord e, in definitiva, per accentuare le differenze tra la Sicilia e le regioni setten­trionali.

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