La mia casa è la stazione

Volti e storie dei senza fissa dimora

Sono oltre quarantottomila i senza fissa dimora in Italia, secondo le ultime stime del 2014 dell’Istat e della Caritas. Una stima non accurata e sempre in crescita, che non tiene conto di tutti quelli che vivono in strada, ma non usufruiscono di alcun servizio di assistenza da parte della Caritas o di associazioni affini.

Crisi economica, disoccupazione, povertà e disagio psicofisico, sono alcune delle cause; la stragrande maggioranza di queste persone, circa l’ottantasette per cento, sono uomini. A Catania sono circa un migliaio quelli che usufruiscono dei servizi di banco alimentare della sola Caritas.

Ore nove e trenta. Davanti all’Help Center della Caritas, alcuni volontari distribuiscono cornetti e pizzette a una dozzina di uomini in attesa. Immigrati, anziani e anche qualche ragazzo che prende un boccone e corre via.

Mirko è un uomo di trentasei anni, originario di Modena, che vive in strada, precisamente alla Stazione di Catania. Ha esperienza come magazziniere, metalmeccanico e ceramista, ma adesso si trova in questa situazione, senza più un lavoro, né una casa. È arrivato in Sicilia perché aveva avuto una proposta di lavoro come autista soccorritore presso un’associazione catanese. “Ho lasciato tutto a Modena – dice –, sono sceso con poco e nulla, ma poi ho scoperto che la proposta di lavoro in realtà era una truffa, un’associazione inesistente. Sono rimasto qui a Catania. Ho dormito prima in un ostello, poi ho finito i soldi e dopo diverse difficoltà mi sono ritrovato a dormire in strada. Non ho più nulla, mi hanno rubato tutto, anche le scarpe e il cellulare”.

Spesso i senza fissa dimora si ritrovano in strada a causa di una dipendenza da alcool o droga. Le famiglie originarie non sanno più nulla di loro. Carmelo è un simpatico e taciturno vecchietto di ottant’anni, dal volto segnato, che vive sotto i portici della stazione centrale da circa sei anni. Quaranta anni fa era un bracciante presso le campagne di Calatabiano, ma alla fine perse il lavoro e la casa in cui viveva. Prende una pensione di ottocento euro al mese, ma ormai è talmente abituato a vivere in strada che non ha più alcuna intenzione di cercare una casa.

“È tutta colpa dello stato – urla agitando le mani il signor Ture –. A Sicilia a ficiru accapputtari e lavoro non ce n’è più. Quando c’era la mafia, si è vero, c’erano uccisioni, ma c’era benessere, si travagghiava. E con tutti questi stranieri, come la mettiamo? Tutto il lavoro che dovrebbero fare i siciliani, lo stanno facendo loro per una manciata di pasta. Io vorrei lavorare, ma non c’è più posto per me”.

La percezione dello stato è ridotta ai minimi termini, se non fosse per quelle poche associazioni e strutture che forniscono assistenza, docce e dormitori, il più delle volte in condizioni poco dignitose e di scarsa sicurezza. “È da sei anni che dormo nei giardini dell’ospedale Garibaldi – aggiunge Ture –. Ho i cartoni, le coperte e qualche ricordo tra le mie buste di vestiti e cianfrusaglie. Nei dormitori c’è un macello, non si ragiona. Chi cammina con i cuteddi, chi ruba. In ogni caso è per un tempo massimo di tre mesi, poi sei nuovamente per strada. Io voglio un mio tetto, anche piccolo, non ho molte pretese. Vorrei poter cucinare le cose che più mi piacciono, vivere i giorni che mi restano in una casa”.

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