La Guerra dei Tre Mattei

“Winter is coming”. Tempi duri per i contadini di Westeros, con re e baroni che si accapigliano mentre intanto il reame va in malora. Ma forse non tutto è perduto: in un villaggio lontano…

Negli annali di Westeros questa passò alla storia come La Guerra dei Tre Mattei. Il primo, brutto e incazzoso, sognava di liberare Westeros da tutte le razze non-pure (Nani, Elfi, Terùn, Strànei, Négher e Figli del Martello), dividersi i loro soldi e affogare i superstiti, neonati compresi, nel  Mare del Tramonto. Il secondo, pacioso e viscido, con un risolino improvviso a mezza bocca, non ce l’aveva con nessuno salvo che con i poveri che turbavano, secondo lui, il decoro del continente. Razzista, a parte ciò, non era per niente e anzi aveva frequenti incontri, nell’oriente orientale, col Re del Bombistan col quale – secondo le malelingue – aveva rapporti non dissimili dal giovane Giuliocesare, sempre in oriente col re-califfo Nicomede.

I due si avvelenavano, si mandavano corvi e killer, si minacciavano pubblicamente ma sotto sotto, come tutti i politici accorti, non disdegnavano complotti e alleanze contro gli altri cinque reami (i Folli, gl’Incerti, i Ladri, i Bungabunga e i Neri) che si dividevano il continente.

Era una guerra dura e sanguinosa, e a complicare le cose venne anche un’epidemia che finì di rovinare il paese. Gli aratri abbandonati in mezzo ai campi, le fabbriche che producevano di giorno macchine e di notte cadaveri portati via a camionate, i malviventi che malvivevano peggio che mai, i buffoni che buffoneggiavano, le ragazze che non baciavano più i ragazzi (beh non tutte) perché impedite da maschere e veli e, al di sopra di tutto, baroni, conti, visconti, vassalli  e valvassori che bevevano e magnavano allegramente interrompendosi solo per emanare gran rutti assai più eloquenti – politicamente parlando – di ogni più grande orazione di Cicerone.

La guerra, periodicamente, veniva apparentemente sospesa da qualche mediatore che, facendosi strada fra i colpi di balestra e le pentolate d’olio bollente, gridavano “Pace! Fratelli! Pensate al vostro po…” ma duravano poco, e d’altra parte nessuno li prendeva sul serio più di tanto. Di solito erano anziani Maestri dall’aria grave, sapiente e preoccupata, esperti di scienze astrologiche e di mercatura, nessuno dei quali era tuttavia riuscito mai a porre una pagnotta in più sul desco di un povero, nè un soldino di rame nella bottega d’un ciabattino; nè a dire il vero pareva che tali quisquilie avessero un posto importante nei loro pensieri. Le guerre continuavano, i poveri s’impoverivano, i ricchi vieppiù si arricchivano, e i rutti di duchi e baroni salivano al cielo. “Maledetti Mattei! – diceva, ma di nascosto, la povera gente – Che possano bruciare all’inferno tutt’e due!”.

Momento! Non avevamo detto che erano tre, i Mattei? “La guerra dei tre Mattei, l’abbiamo sentito benissimo. E ora com’è che sono diventati due?”.

Ecco, due veramente erano i Mattei nobili, quelli che si contendevano poltrone e troni. Però, se mi seguite a volo d’aquila un bel po’ lontano dalla reggia, in giù, più giù ancora, ancora più a sud, proprio nel buco del culo del reame, che cosa vedete? Là, alla fine della trazzera, fra quelle quattro case di quel villaggio? Ecco: quell’omino, o quel giovanotto ma piccolo, con i capelli ricci e, visto da lontano, forse anche un po’ di pancetta, che si agita e saltella davanti a una piccola folla di contadini. “Vostro diritto… – ci arriva qualche parola isolata – Tutti insieme… Lavoro nostro… tutta roba nostra…”. Parrebbe di sentire, fra le altre parole, una che potrebbe anche essere “mafia”: ma non è possibile, perchè è Parola Proibita, per consenso comune (è l’unica cosa su cui i Sette Nobili sono d’accordo) in tutto il regno.

Bisognerebbe mettersi d’accordo – par di capire – fra tutta la povera gente, contadini, ragazzi e ciabattini, e anche qualche mercante onesto che non ne può più di essere rapinato, armarsi delle vecchie armi della democrazia (e anche, se proprio occorre, di qualche buon ramo di pioppo) e riprendersi, tutti insieme, le arance, le olive, i soldi di rame e di bronzo che quei maledetti maf*** ci hanno portato via con la complicità di re, baroni e maestri. E poi dividere tutto, onestamente, mettere da parte qualcosa per le strade, le scuole e anche, date le circostanze, ospedali e dottori, e per il resto campare e lavorare insieme, da cristiani come vuole Dio e san Papino, non come servi della gleba o di qualche duce o ducetto.

Non si capisce (l’aquila, o il drone, vola piuttosto in alto e i particolari sono confusi) come va la faccenda, se gli gridano “viva!” oppure se lo vogliono linciare. Fatto sta che nel villaggio vicino c’è un altro ragazzo-predicatore come questo, e un altro in quell’altro villaggio giù in riva al mare, e poi sopra in montagna, e nell’altro dialetto, fin dove finisce il regno; e tutti hanno un nome, e il nostro in particolare si chiama – guarda un po’ – Matteo. Così la gente cominciò a dire che di Mattei alla fine ce n’erano tre, due stronzi e uno simpatico, e chissà chi dei tre avrebbe vinto, e forse poteva valere  la pena, al meno peggio dei tre, di dagli magari una mano.

Com’è andata a finire? E chi lo sa. La guerra dura tuttora, e sono due guerre intrecciate, una dei due Mattei stronzi fra di loro (coi relativi re, Maestri, politicanti, guardie, ladruncoli e baroni) e una del Matteo nostro, e degli altri mattei come lui, contro tutti quanti. Comunque, appena avremo notizie ve le faremo sapere.

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