I rom di Gianturco

La grande bufala di Napoli città accogliente

Giorno-della-memoria«Amore, amore», ci dice semplicemente e con occhi stanchi e ridenti una signora interamente vestita di nero, compreso il fazzoletto in testa, mentre va via da Chikù, lo spazio di gastronomia e cultura di Scampia, in una fila indiana silenziosa, con altre decine di persone. Di età indefinibile – sappiamo però dai documenti che abbiamo raccolto che non supera i sessantacinque anni –, ci manda un bacio sincero, fiducioso, commovente.

La signora è una cittadina europea, proviene dalla Romania ed è rom. Vive stabilmente in Italia, a Napoli per la precisione. Quando è arrivata, nell’ondata migratoria che risale ormai a più di dieci anni fa, abitava con la sua famiglia in una casa di un quartiere del centro pagando regolarmente l’affitto. La crisi globale ha colpito anche loro. Il lavoro saltuario, nero, sottopagato, non basta per mantenere una casa.

Può sembrare una storia di ordinaria e crescente povertà, tanto che la connotazione “rom” potrebbe essere solo una sfumatura, una nota al margine. E invece resta la parolina chiave attorno alla quale costruire politiche sbagliate, alibi e proclami strumentali.

Andare a vivere in un terreno abbandonato, in condizioni di precarietà totale, a rischio di essere cacciati e di dover traslocare continuamente, resta comunque un’alternativa migliore che ritornare in Romania, almeno per il momento. La signora con la sua famiglia si è trasferita varie volte tra Napoli e provincia, scegliendo le aree di permanenza in base all’accesso all’acqua e alle possibilità di trovare lavoro e sostentamento, fino a sistemarsi quattro anni fa in via Brecce a Sant’Erasmo, quartiere Gianturco, dove preesisteva un agglomerato. Abusivo, naturalmente.

A Gianturco, i suoi nipoti oggi frequentano la scuola, c’è una comunità di oltre un migliaio di persone, un mercato a cielo aperto che genera economie per molte famiglie, associazioni che si avvicendano tra progetti di scolarizzazione e assistenza di varia natura, attivisti che provano a creare ponti e relazioni con le comunità, italiane e straniere, del quartiere. Centinaia di donne come lei hanno attraversato lo stesso identico percorso.

Qualche giorno fa, un lunedì mattina come tanti ma particolarmente freddo, si presentano a Scampia da Chikù decine di abitanti rom del campo di Gianturco. Molte donne e alcuni uomini, senza preavviso, ci vengono a informare che da giorni la polizia municipale ronza intorno al campo minacciandoli di un imminente sgombero, il giorno dopo per l’esattezza, e invitandoli dunque ad andarsene prima che intervengano le ruspe. Sono i giorni più freddi dell’anno, le donne, di varie età, coperte e avvolte da tutti gli indumenti possibili, fanno notare pragmaticamente che c’è il ghiaccio a terra, lo sanno già che prima o poi devono sgomberare ma si domandano perché non si può fare con un clima più mite. Come mai sono venuti dall’altro lato della città a parlare con noi? Ripercorriamo un po’ di storia.

Il 22 marzo scorso viene notificato a quarantuno persone un verbale che rende esecutivo il decreto di sequestro preventivo dell’area compresa tra via Brecce a Sant’Erasmo 106/108 e 123, emesso già il 23 gennaio dalla Procura di Napoli. Le aree in questione sono proprietà di un’impresa edile e di una società di servizi immobiliari, Aedilia Srl e Ipi Spa, e sono occupate da insediamenti informali composti prevalentemente da famiglie rom provenienti dalla Romania, e da altri gruppi e persone non rom, africani, e ucraini, che hanno trovato in quei terreni abbandonati la possibilità di sopravvivere a partire dall’anno 2008, quando il censimento della Prefettura, commissario delegato per l’emergenza insediamenti comunità nomadi nella regione Campania del 30 maggio 2008, rileva la presenza di un piccolo nucleo.

I due campi, non autorizzati e privi delle forniture di base, sono cresciuti nel corso degli anni, soprattutto a causa di una sorta di migrazione locale delle famiglie che passano da un insediamento informale all’altro in seguito a vari sgomberi (provocati da incendi e aggressioni o da decreti istituzionali): Ponticelli nel 2008, Parco della Marinella in via Marina nel 2012, via Maddaloni nel 2013, via Santa Maria del Pianto nel 2014, via Galileo Ferraris zona ex Manifattura Tabacchi nel 2015, ancora Ponticelli nel 2016.

Vivono negli insediamenti di via Brecce a Sant’Erasmo circa mille e quattrocento persone, forse anche di più, di cui almeno quattrocento minori. Il decreto di sequestro preventivo delle aree ha come conseguenza lo sgombero effettivo degli insediamenti, e pone l’amministrazione comunale di fronte all’obbligo di trovare una soluzione alternativa per le persone sgomberate. Gli stessi rom sono consapevoli di dover liberare l’area, vista anche l’assoluta precarietà degli insediamenti. Hanno però coscienza di avere il diritto a una sistemazione alternativa. I rom sono sostenuti nella ricerca di un dialogo istituzionale dal Comitato abitanti via delle Brecce e da associazioni cittadine. Il 7 aprile 2016 circa duecento persone, rom e italiani, sfilano in un corteo pacifico che dagli insediamenti di via Brecce arriva al palazzo comunale in piazza Municipio. Le risposte dell’assessore alle politiche sociali non sono soddisfacenti: non si possono garantire soluzioni alternative per tutti gli abitanti ma solo per trecentocinquanta, in un’area in corso di allestimento in via del Riposo.

Si decide in quella fase, d’accordo con un gruppo molto attivo di abitanti del campo, che le uniche cose da fare sono la pressione mediatica, cioè una corretta informazione anche con il coinvolgimento di enti nazionali e internazionali, e intraprendere un’azione legale. Un gruppo di avvocati procede durante l’estate con un ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo, giudicato a settembre irricevibile dalla Corte stessa, probabilmente rassicurata dalle positive dichiarazioni d’intenti di prefettura e comune di Napoli.

Nel frattempo, lo sgombero è stato prorogato, la vita nel campo è andata avanti – sono arrivate altre famiglie – e poco o nulla si è mosso da parte istituzionale. Continua a non muoversi soprattutto la Regione, che risulta inadempiente nella convocazione di un tavolo condiviso per l’applicazione della Strategia nazionale d’inclusione delle comunità rom, sinti e camminanti e che se ragiona, lo fa solo in un’ottica emergenziale – il caso di Giugliano è emblematico e merita un capitolo a parte – senza assumersi responsabilità e senza prospettare un piano regionale.

La Regione è l’innominabile protagonista di questa vicenda, un sordo interlocutore da cui però dipendono le sorti di migliaia di persone. Adesso la proroga da parte della Procura è scaduta definitivamente e lo sgombero è imminente, ma nessuna autorità fornisce informazioni più precise,  tranne la polizia municipale che fa il suo pressing quotidiano con lo scopo di spaventare gli abitanti e farli finalmente sloggiare con le proprie gambe.

Insieme alle persone che con spirito intraprendente si sono presentate da Chikù iniziamo il solito vortice di telefonate per avere notizie. Al Comune non sanno fornire una data precisa, d’altra parte lo sgombero non dipende da loro. Dipendono però le soluzioni alternative, e resta una responsabilità il fatto di non farsene carico pienamente: solo trecentocinquanta persone troveranno riparo, in una zona dove peraltro pochi anni fa si è scatenata una “caccia allo zingaro” da parte degli italiani con tanto di incendio al campo (Santa Maria del Riposo). Si aprono nuove domande: è già avvenuta la selezione? Come? Quali sono i criteri applicati? Da chi vengono stabiliti? E che cosa ne sarà delle altre mille persone? E poi, come si fa a parlare ancora di “accoglienza” verso persone che ormai sono qui da un decennio con una stratificazione di relazioni sempre più complessa?

In ogni caso, tutti quelli che sono venuti da Chikù quel lunedì mattina, che sembrano non rientrare nel piano di accoglienza proposto, molto probabilmente non hanno gravi delitti da nascondere, visto che sono disposti a esporsi per firmare un nuovo eventuale ricorso, o per scrivere una lettera aperta alla Commissione Europea. Dopo una rapida assemblea decidiamo di percorrere le solite due strade: pressing mediatico e rivolgerci alle istituzioni europee per ristabilire un principio di tutela dei diritti. Ricomincia la mobilitazione: gli uomini tornano a Gianturco per raccogliere documenti e persone, le donne restano da Chikù e insieme sui tavoli di una sala del ristorante improvvisiamo un ufficio per raccogliere documenti, testimonianze, firme, attaccati al computer per diramare un comunicato stampa e per confrontarci in tempo reale con donne rom membri del Consiglio d’Europa. Ritorna il gruppo da Gianturco, che nel frattempo si è ingrandito, portando altra gente e un plico con centinaia di documenti fotocopiati. Si è fatta ora di pranzo e iniziano a entrare clienti che restano colpiti da questa scena insolita. Le signore rom, quasi tutte continuano a tenere il fazzoletto in testa, afferrano il proprio documento in attesa che arrivi il turno per firmare e lasciare la testimonianza. Tutto si svolge in maniera composta, febbrile e precisa. In verità non sappiamo bene questa solerzia a quale risultato porterà, ma proviamo almeno a far sentire la voce di persone che in fondo chiedono di sopravvivere in pace.

Una cuoca di Chikù, prepara a un certo punto varie tavolate per tutti, un piatto caldo di pasta è sempre rigenerante. Ci salutiamo, ci teniamo in stretto contatto, lavoriamo insieme con tutti i mezzi a disposizione per provare a uscire da questo stato di sospensione. In questi giorni si sono susseguiti su Facebook proclami da parte di consiglieri e funzionari comunali che stanno sbandierando il merito di aver bloccato lo sgombero a Gianturco, ribadendo l’assioma di Napoli città accogliente. Ma la notizia è imprecisa, questa è una falsa vittoria e non può esserci nulla di cui andare fieri: lo sgombero verrà effettuato, perché è già deciso, e quando verrà effettuato oltre mille persone non sapranno dove andare e continueranno a ricavarsi abitazioni negli interstizi metropolitani. A meno che queste persone non abbiano l’accortezza di evaporare, scomparire in qualche modo prima che le forze dell’ordine entrino in azione provocando un dramma umanitario.

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