Augusta: il peschereccio della morte

Come è finita con il recupero del relitto?

Sono passati giorni dalla collocazione in una apposita area attrezzata, con una grande tensostruttura refrigerata nella rada di Augusta, ” Pontile Marina Militare” di Melilli , del relitto del grande peschereccio, sollevato di fatto dal fondo marino dopo una sofisticata operazione durata parecchi giorni.

Giaceva  a 370 metri di profondità con il suo grande carico di morte  dal 18 aprile dello scorso anno, al largo della costa della Libia. I venti profughi salvatosi riferirono di circa 700 persone inabissatosi nel fondale marino, rimaste intrappolate nell’imbarcazione a seguito della collisione con una nave mercantile. Il naufragio più grande  consumatosi nel Mediterraneo negli ultimi settant’anni.

Un’azione di grande valenza civile. Una dinamica di intervento, molto ardua e complessa, senza precedenti per dimensioni, finalizzata al recupero e al riconoscimento delle vittime, quindi alla sepoltura. Per dare ai morti  identità e dignità umana.

Dopo due-tre giorni le informazioni di merito sul recupero dei cadaveri sono scomparse dai notiziari televisivi e giornalistici nazionali. Nei giorni successivi ulteriori brevi note sono state riportate dagli organi informativi siciliani. Ora prevale essenzialmente il silenzio.

Certo, in quest’ultima settimana molti altri cadaveri freschi, frutto di morte violenta, sono “emersi” in molti altri luoghi del mondo, rimbalzando in prima pagina.

Non tutti in verità! I morti, in funzione delle aree territoriali interessate, vengono divisi sempre in variegate “classi” di appartenenza.  C’è chi merita la nota informativa. Altri, invece, dispersi nelle tante  “polveriere” del mondo. No! La nostra informazione è strutturalmente mono-centrica. Lo sguardo è rivolto in maniera assolutamente preponderante verso la parte “occidentale” e sui  presunti alleati di cordata. Nella gran parte gli abitanti  di Gaia Terra, sono considerati paria, tranne cataclismi eccezionali non  vengono mai nelle note informative.

E poi, come consolidato in un ripetitivo “mantra” molto alla moda che distilla ampio veleno, erano “stranieri”, bambini, donne e uomini senza volto, identità ed affetti nostrani…nessuno dei loro cari li aspettava al porto di approdo.

Come avvenuto in totale diversità riguardo altre recenti sventure marinare,  rimaste in  evidenza per molti giorni.

Ad oggi sono stati recuperati oltre duecento cadaveri,  ormai scheletrificati, molti  i bambini. Trasportati nelle celle frigorifere per essere esaminati dai medici legali. Scene tremende ed inimmaginabili hanno “accolto” gli operatori che scandagliano i locali del peschereccio. I resti dei corpi accatastati ed avvinghiati nell’esalazione dell’ultimo respiro.

Gli interventi operativi hanno come specifico riferimento la struttura denominata Campo Base, Modulo di Supporto Logistico ( MSL), e sono condotti dal Labanof – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense,  del Dipartimento di Morfologia Umana e Scienze Biomediche Medicina legale dell’Università di Milano – e dai Vigili del Fuoco, principalmente siciliani, supportati dal comando di Teramo dotato di un attrezzatissimo Carro Area. Il Campo Base è stato realizzato e gestito dai Vigili del Fuoco. L’azione di intervento viene effettuata seguendo  le linee guida del Piano di Lavoro Operativo ( messo a punto già dall’inizio del mese di aprile),  che definisce l’organizzazione di lavoro,  i livelli di sicurezza tecnici, fisici e psicologici.

Le squadre di primo intervento sono coadiuvate da  specifici operatori addetti alla rimozione dei materiali schiantatosi durante il naufragio, al taglio delle lamiere, per permettere l’accesso ai vari locali della nave. Ogni unità addetta al recupero dei cadaveri, costituita da due vigili del fuoco,  viene affiancata da un altro consistente gruppo ( tra cinque e sette) con funzione di “sentinella” e con abilitazione Speleo Alpino Fluviale. Particolare attenzione viene rivolta alle attività di “vestizione, sanitizzazione e svestizione” al fine di annullare gli eventuali rischi di contaminazione biologica. Inoltre, ogni coppia di Vigili del Fuoco operatori dopo un intervento di trenta minuti dispone di una fase di riposo e recupero  con un tempo, senza rigidità protocollari.

Tutte le operazioni sono coadiuvate in tempo reale dal Centro di Documentazione Video, con la messa in opera di telecamere telescopiche intromesse nelle stive,  per tutelare gli operatori e tenere sotto controllo il contesto dell’azione. Infine si affiancano in maniera determinante le strutture dei Vigili con funzioni direttive e di controllo del Piano Operativo.

Uno sforzo di intervento, un clima di solidarietà ed umanità, eccezionale, da parte del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, con la partecipazione attiva di quasi cento operatori.

Essenziale il ruolo del Labanof , coordinato dalla dottoressa Cristina Cattaneo, rivolto ad acquisire nelle ispezioni cadaveriche effettuate dai sanitari – medici legali e antropologi forensi  di diverse università ( in particolare di Catania e Palermo) – tutte le informazioni utili per costruire una “banca dati” che possa permettere di dare identità ai corpi recuperati, con il supporto fondamentale di componenti del ceppo parentale. Per ogni individuo viene creato un dossier personale costituito da elementi qualificanti : campione di DNA, fotografie degli indumenti e di tatuaggi, oggetti presenti nel corpo, protesi, verifica delle arcate dentali.  La documentazione  elaborata è messa a disposizione delle strutture associative umanitarie e degli organismi pubblici preposti, compreso le strutture della Croce Rossa Italiana, Internazionale e la Mezzaluna Rossa, confidando che  la diffusione delle notizie sulla soggettività dei corpi possa trovare riscontro con le famiglie, determinanti per il riconoscimento.

Queste attività scientifiche ” introspettive”, applicate per la prima volta nel riconoscimento dei 366 annegati del naufragio accaduto il 3 ottobre 2013 vicino a Lampedusa,  permisero il riconoscimento di venti annegati. Gli altri, a centinaia, sono stati sepolti in cimiteri siciliani (la gran parte ad Agrigento). Ogni singola “posizione” è contraddistinta  solo da un numero.

Nel cimitero di Catania  il quattro marzo di quest’anno, in una apposita piazzola allestita in un’area centrale, sono stati tumulati i resti dei 17 profughi-migranti annegati davanti al porto  il 14 maggio del 2015. Non ci sono nomi!

Un dato è ormai certo. Nel corso dei  quindici mesi dal tragico naufragio del 18 aprile 2015 molti cadaveri giacenti nella stiva del peschereccio sono stati definitivamente “risucchiati” dalla acque del Mar Mediterraneo. Dispersi e “frantumati” per sempre nelle componenti biologiche marine. All’inizio del recupero dei corpi si stimava una presenza tra le 250-300 unità.

Il mare chiamato baldanzosamente “nostrum” è colmo di cadaveri. Dal 2010 ad oggi, da parte delle organizzazioni internazionali sono stati quantificati quasi 13.000 morti. Un enorme “peso umano” di grandissimo dolore: bambini, donne e uomini,  affogati per sfuggire alle guerre e per cercare di raggiungere una vita migliore, senza fame, carestie, dissesti ambientali e libertà.

Una vera  e propria moria di “pesci” umani.

 

 

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