9 marzo 1979, Michele Reina, l’uomo del compromesso storico siciliano contro la mafia

L’omicidio di Michele Reina, avvenuto il 9 marzo 1979, inaugura la stagione degli omicidi politici di Cosa nostra, stagione che comprende anche le eliminazioni di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e di Pio Latorre (30 aprile 1982). Ma questo lo si saprà solo anni più tardi. Sul momento, invece, una parte degli investigatori, nonostante la loro sostanziale implausibilità, sembra dare peso alle tre rivendicazioni giunte nell’immediato del delitto, due di Prima Linea e una delle Brigate Rosse (giungono dalla sera dell’eliminazione di Reina ai giorni subito successivi).

Intanto chi era Michele Reina? Quarantasette anni, era il segretario provinciale della Democrazia Cristiana. A Palermo aveva appena compiuto un’operazione che già nel decennio che si andava concludendo era fallita: un accordo tra lo Scudocrociato e il Pci. Possibile dunque che gli autori dell’omicidio, avvenuto intorno alle 22.30 di quel giorno, fossero davvero organizzazioni armate di estrema sinistra? Le informative che vengono stese dalla squadra mobile di Palermo, ovviamente, ne parlano, e a Palazzo di Giustizia sembrano esserne convinti. Ma qualcosa non torna e allora non si può escludere l’omicidio mafioso.

Le indagini, tuttavia, girano a vuoto a lungo. Accade fino a quando, nel 1984, non ci sarà un collaboratore di giustizia più che eccellente che inizia a parlarne. È Tommaso Buscetta secondo il quale il delitto Reina è stato ordinato ed eseguito dai corleonesi di Totò Riina. E nella sentenza ordinanza contro Greco Michele più altri diciotto emerge che Reina, eletto nel 1976 e attivo al punto da essersi sovraesposto, probabilmente voleva che le connivenze tra criminalità e politica, quelle delineate così bene negli anni Novanta attraverso il ruolo degli andreottiani sull’isola, dovevano finire. Reina non si piegò alle crescenti pressioni che volevano impedire il rinnovamento politico in Sicilia e allora doveva essere eliminato.

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