31 ottobre, da Catania al casertano, due storie contro il crimine organizzato

31 ottobre 1990, Francesco Vecchio, un manager contro la mafia

La sua colpa era quella di aver iniziato a interessarsi anche dei dipendenti delle ditte esterne, oltre a quelli dell’Acciaieria Megara, di cui già si occupava. Ma non c’era solo quello. In ballo c’era anche un finanziamento regionale ingentissimo. Per questi motivi venne ucciso il 31 ottobre 1990 Francesco Vecchio, 52 anni, un passato ai vertici della Icm Leonardi e poi direttore del personale di una delle più importanti realtà industriali di Catania e della Sicilia, forte dei suoi 300 dipendenti e delle commesse che arrivavano da un po’ ovunque, anche dal continente.

Era stato minacciato, Francesco, e le telefonate minatorie non le contava nemmeno più. Ma in famiglia, con la moglie e con i figli, sembrava dare poco peso alla pressione sempre crescente della criminalità organizzata. Il giorno in cui venne assassinato, con lui c’era un collega, l’amministratore delegato Alessandro Rovetta, 33 anni. Entrambi, al termine della giornata in ufficio, poco prima delle 19 erano a pochi passi dall’ingresso della Megara, in contrada Bicocca. Francesco, che in molti chiamavano Ciccio, era già al volante della sua auto e tutti e due furono investiti da una raffica di proiettili di pistola e di mitraglietta.

A vent’anni di distanza da quel delitto, Salvatore Vecchio, figlio di Francesco, ha detto del padre, il cui delitto è rimasto impunito:

Un uomo semplice e giusto, in grado di amare, di credere, di lottare per ciò che riteneva giusto fino al punto di morire per difendere delle idee. Un uomo che ha pagato, infatti, la sua rettitudine con la vita, perché chi è troppo puro per esser “sporcato” diventa estremamente pericoloso per chi, invece, in quella sporcizia e di quella sporcizia ci vive, necessitando di macchiare ogni cosa che tocca e ogni individuo che incontra.
“Macchiare” Ciccio non è stato possibile, è morto “pulito” per come ha vissuto.

31 ottobre 1993, Gennaro Falco, il medico condannato dai Bidognetti

La colpa che invece fu addossata al medico Gennaro Falco, 67 anni, fu quella di non aver saputo curare efficacemente la moglie del boss di camorra Francesco Bidognetti, stroncata da una malattia incurabile anche per più illuminato dei clinici. Ma questo si sarebbe saputo anni dopo. Per il delitto avvenuto il 31 ottobre 1993 a Parete, in provincia di Caserta, si pensò a lungo che a commetterlo fosse stato uno svitato che andava alla ricerca di farmaci o denaro.

Dunque, altrettanto a lungo, neanche il riconoscimento di vittima delle mafie per Falco, che per dodici anni aveva esercitato nel comune campano. Eppure quell’unico colpo in fronte strideva con il modus operandi di un pazzoide, che di solito agisce più disordinatamente. Per scoprire la verità dietro l’omicidio di Parete, quindi, fu necessario attendere le parole di alcuni collaboratori di giustizia che indirizzarono le indagini verso il clan Bidognetti.

Anche Maria, la figlia di Gennaro, lo ha voluto ricordare, quando nel 2012 a lui è stato intitolato il nuovo poliambulatorio:

Chi ha conosciuto mio padre sa che era una persona onesta. A chi non l’ha conosciuto voglio dire che dobbiamo continuare a combattere e non dobbiamo permettere che la camorra ci distrugga come ha distrutto la nostra famiglia.

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