13 marzo 1985, Sergio Cosmai, il direttore del carcere di Cosenza che non fece sconti ai mafiosi

Era alla guida della sua Fiat 500 di colore giallo e il 12 marzo 1985 Sergio Cosmai, 36 anni, appena dopo l’ora di pranzo stava andando a prendere la figlia all’asilo. Ma alla scuola materna il direttore del carcere di Cosenza non ci arrivò perché la sua automobile fu affiancata da un secondo veicolo da cui iniziarono a essere sparati colpi d’arma da fuoco. Morì così a causa degli undici proiettili calibro 38 che lo raggiungero al capo dopo aver agonizzato per un giorno intero, fino al 13 marzo.

Originario di Bisceglie e con una laurea in giurisprudenza, Cosmai aveva iniziato a lavorare per l’amministrazione penitenziaria nel 1977 prendendo servizio all’inizio nel carcere di Trani. Sempre istituti di detenzione del sud, tra Puglia e Calabria, in un periodo in cui la criminalità organizzata diventava via via più aggressiva e costringeva alcuni degli uomini che la combattevano ad assumere precauzioni sempre più frequenti. Fu in quel periodo, infatti, che Nicola Calipari dovette trascorrere un periodo in Australia, da dove proseguì la lotta alla ‘ndrangheta.

Cosmai, giunto nel 1982 alla direzione del carcere di Cosenza, aveva seguito una priorità: fiaccare la baldanza dei mafiosi all’interno della prigione sotto la sua responsabilità pur senza perdere di vista le riforme e le sue proposte per preservare dal punto di vista personale i detenuti in quanto persone. Il suo approccio, però, non piacque agli uomini delle cosche tanto che, il giorno dell’agguato, nessuno credette davvero alla rivendicazione di un gruppo di sedicenti “comitati comunisti rivoluzionari”.

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