10 marzo 1948, Placido Rizzotto, il sindacalista a fianco dei contadini sfruttati

Quando sparì dalla circolazione e venne assassinato da Cosa Nostra, le indagini sulla fine di Placido Rizzotto vennero affidate a Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora capitano dei carabinieri. Il lavoro del’ufficiale, destinato a divenire un nome celebre nel corso dei decenni successivi, aveva portato all’incriminazione di Luciano Liggio, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura che tuttavia, alla fine del 1952, vennero assolti per insufficienza di prove (la sentenza diventò definitiva nel 1961).

Ma chi era la vittima? Nato a Corleone nel 1914, Placido Rizzotto nel secondo dopoguerra si dedicò alle battaglie politiche e sindacali nell’Anpi, nella Cgil e nel Partito socialista. Uno dei suoi impegni principali era quello per il diritto alle terre da parte dei contadini e vi si immerse al punto da firmare la sua condanna a morte. Per l’omicidio, consumato quando la vittima aveva 34 anni, c’era un testimone, un ragazzino che aveva assistito all’aggressione e aveva avuto modo di osservare i sicari in azione, ma a sua volta fu tolto di mezzo. In quegli anni fu una mattanza, tanto che Dino Parternostro dell’associazione Assaltare il cielo, sottolineò:

[I giudici] non potevano ignorare […] che quel giovane sindacalista corleonese, alla data del 10 marzo 1948, era stato il 35° dirigente della sinistra a cadere sotto i colpi della mafia e che, dopo di lui, tanti altri continuarono ad essere assassinati, fino a raggiungere la cifra record di 50 morti ammazzati. Dovevano essere consapevoli che, “in terra di mafia”, non si può commettere nessun delitto senza il preventivo assenso della “cupola”.

E invece le evidenze, le confessioni, gli indizi furono ignorati. Addirittura per i funerali – che furono di Stato – si fu costretti ad attendere ben oltre qualsiasi tempo tollerabile, dato che furono celebrati nel 2012, tre anni dopo il ritrovamento delle spoglie del sindacalista, nel 2009, 64 anni dopo l’omicidio. Il test del Dna confermò che proprio di lui si trattava e per lui ci fu una medaglia d’oro al merito civile perché “consacrò la sua esistenza alla lotta contro la mafia e lo sfruttamento dei contadini”.

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