La paura la vergogna la stupidità

Dalla raccolta “Un Anno”

Io voglio raccontarvi una storia vera. Un assessore dei passati governi regionali, sicuramente galantuomo e, non temerario, e quasi sempre tremebondo, talvolta persino inerte nella sua attività di governo, mi confessava la sua intenzione di ritirarsi dalla vita pubblica. Era disfatto dalla paura, anzi da diverse paure che si sovrapponevano l’una all’altra. Paura – da un giorno all’altro – di essere coinvolto in un clamoroso caso di corruzione per una firma distratta. Paura di prendere alcune pistolettate sulla fronte come il povero Mattarella. Paura di fare, di operare politicamente, di prendere iniziative, di effettuare le scelte. E così tremebondo, mi prendeva sottobraccio per spiegarmi meglio: “Sai perché hanno ammazzato Mattarella? Perché era onesto”.

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C’erano mille miliardi da spendere per il risanamento di Palermo. C’era un dilemma, assegnare i giganteschi appalti ai soliti gruppi di potere, che avrebbero divorato almeno metà di quei mille miliardi, oppure per la prima volta nella storia della Sicilia spendere quei soldi veramente per il popolo palermitano. Scelse questa seconda ipotesi. Ma gli altri dettero cinquanta milioni a un anonimo lazzarone, e gli fecero piantare tre proiettili in testa mentre andava alla messa. L’assessore mi trascinava sottobraccio in un angolo ancora più remoto abbassando la voce con un sorriso da moribondo. Tremava come se avesse la febbre. Sussurrava: hanno legalizzato la corruzione! Tu devi prendere un contributo, perché ti spetta, perché ne hai diritto? E chi te lo nega? Però non te lo danno, una volta manca la carta, una volta un documento, un’altra volta bisogna rifare la domanda in carta bollata, un’altra volta il dirigente è in ferie, oppure la pratica è dispersa, bisogna avere pazienza, intanto passano settimane e mesi, talvolta anche anni, non è che il cittadino si veda negato il suo sacrosanto diritto al contributo, non sia mai, però non riesce ad averlo, alla fine arriva un misterioso suggerimento, o meglio il malcapitato ha una illuminazione: una garbata percentuale sul contributo a chi ha la grazia di scoprire la pratica, toh, guarda dov’era! e portarla sul tavolo competente per le ultime firme.

L’assessore comincia  a fare curiosi gesti nell’aria, come se indicasse tutte le direzioni, e contemporaneamente raccogliesse invisibili cose da tutte le parti, denaro, applausi, strizzate d’occhio, sorrisi, revolverate, voti, carezze femminili: l’assessore è un uomo quasi maestoso nella corporatura e lento nel gesto e nella parola e tuttavia compiva quella pantomima con una straordinaria levità talché era chiaro che questa corruzione e violenza erano dunque in Sicilia, in ogni apparato, struttura, ufficio, meccanismo. Alla fine l’assessore si colpì dolcemente con l’indice alla tempia e disse: ho qui tante cose fantastiche da fare per la Sicilia e i siciliani, progetti, opere, leggi, iniziative, ma per farle debbo accettare che per lo meno il trenta per cento della spesa sia preda dei corrotti e debbo anche saper scegliere esattamente chi sono costoro, non commettere sbagli o sgarri, altrimenti una bella mattina me ne vado a messa con moglie e figli, col mio bell’abito doppiopetto, riverito dai passanti e un giovanotto mi si para dinnanzi: “Onorevole assessore” e io faccio un sorriso benevolo verso lo sconosciuto cittadino “bravo giovine che vuoi?” e quello mi spara tre proiettili in mezzo agli occhi.

Eravamo sempre più in mezzo ad una grande folla, persone che salutavano, altri che volevano stringere la mano, altri che gesticolavano e ridevano da lontano, e l’assessore là in mezzo, con sorrisi sempre più rabbiosi, riconoscendo decine di volti con mormorii di felicità, stringendo tutte quelle mani, abbandonandosi a tutte quelle carezze, pacche, spintoni, finché la gente lo prese in mezzo e lo rapì, ed egli disse qualcosa di stentoreo col pugno levato in alto e ci fu un applauso. Nell’ultimo barlume di sguardo che riuscii a percepire vidi disperazione. Quell’uomo impaurito e felice che gli altri trascinavano a guidare la Sicilia mi parve il trionfo del nostro fallimento. (Per sua fortuna lo trombarono: è ridiventato un cittadino amabile, sereno, sorridente e inutile).

I limiti della tragedia siciliana sono precisi. Viviamo in una terra potenzialmente ricca come nessun’altra poiché ha miniere, terra fertilissima, una posizione storica e geografica al centro di tutte le civiltà e di tutte le rotte commerciali, bellezze della natura incomparabili, e talento umano, cioè fantasia, pazienza, sopportazione al dolore, coraggio. E tuttavia da centinaia di anni siamo colpiti e feriti, siamo sempre più poveri, sempre più lontani dall’Europa, vittime di tutte le violenze. C’è un dato obbiettivo che riassume tutte queste miserie e violenze: un milione di siciliani emigrati, quasi tutti nell’età più vigorosa, dai venti ai quarant’anni, sono dispersi nel mondo dei cantieri, nelle miniere, nelle piantagioni, la maggior parte a lavorare come bestie. Hanno dovuto abbandonare il paese, la casa, la famiglia, gli amici, azzerare la loro esistenza per ricominciarla da un’altra parte. Ogni mese in media mandano alle famiglie rimaste in Sicilia quattrocento o cinquecento mila lire perché possano sopravvivere, mettere le fondamenta di una casa civile, pagare il cibo, le scarpe, le medicine.

Riduciamo le cifre al sicuro: ottocentomila emigrati che spediscono ogni mese quattrocentomila lire, significano trecentoquaranta miliardi al mese, e in un anno quasi quattromila miliardi. Noi siciliani viviamo su questo immenso fiume di denaro, inutile negarlo: denaro, sudore, sacrificio, dolore umano, disperazione. Da trent’anni abbiamo l’autonomia regionale, una macchina costituzionale per risolvere la nostra tragedia di popolo, risolvere i nostri problemi sociali, costruire le strade, le scuole, gli ospedali, le case, le dighe, portare acqua nel cuore della terra arida, costruire fattorie, allevamenti, sovvenzionare le industrie utili, proteggere i monumenti, il mare, le coste, realizzare alberghi, impianti sportivi, musei, teatri. Siamo invece immobili, quasi putrefatti dentro i nostri problemi; l’Europa, cioè il livello di civiltà europea si allontana sempre di più. Nella realtà non poteva essere altrimenti: molti politici ai quali i siciliani hanno delegato l’amministrazione della autonomia, erano privi di cultura tecnica, altri accecati dall’interesse personale e quindi disponibili alla corruzione, altri ancora infine senza ingegno, né fantasia, né inventiva, cioè praticamente stupidi. I siciliani hanno espresso una classe politica di gran lunga inferiore alle loro capacità umane e alle necessità storiche.

Amico mio, chissà quante volte tu hai dato il tuo voto, ad un uomo politico così, cioè corrotto, ignorante e stupido, sol perché una volta insediato al posto di potere egli ti poteva garantire una raccomandazione, la promozione ad un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro. Così facendo tu e milioni di altri cittadini italiani avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali e comunali degli uomini peggiori, spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla società. Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è tua. Non ti lamentare perciò  se il generale comandante della guardia di finanza si fotte duemila miliardi di denaro pubblico, e i massimi finanzieri e ministri, editori, giornalisti, persino il comandante in capo delle forze armate, per avidità di carriera e di lucro, si fanno incastrare da un lazzarone come Gelli in una specie di congiura per impadronirsi delle strade d’Italia, e a Napoli la camorra ha sostituito lo Stato nella pubblica amministrazione, nella distribuzione degli appalti, nella amministrazione privata della giustizia e perfino nella coscienza della gente, e in Sicilia e dovunque la mafia è padrona di ciò  che ha comunque valore economico e politico, assassina chiunque sgarra o gli dà soltanto fastidio, e dopo quindici anni duemila terremotati del Belice vivono ancora dentro le baracche di lamiera, e i centomila abitanti del golfo di Augusta vivono in media cinque o sei anni di meno che in qualsiasi altro luogo d’Europa, e a Priolo ogni cento bambini cinque nascono con mezzo cervello, cioè deficienti. Non ti lagnare amico mio se tutto questo accade, non ne hai il diritto. Il primo lazzarone sei tu e la storia ti paga per quello che merita la tua maniera di concepire la politica e quindi la tua stessa dignità!

Solo che ora non hai più molto tempo. Lo vedi tu stesso quello che ci circonda e assedia: amministratori che divorano, terroristi che avanzano menando strage, l’inflazione che ogni giorno ti rende sempre più miserabile, finanzieri che portano il denaro all’estero ed ogni giorno rendono questa tua miseria più infame, logge segrete come immense piovre in tutti i vertici dello Stato, mafiosi praticamente padroni anche della tua sedia di lavoro, Fanfani che torna capo del governo e punta al Quirinale! La necessità di una rivolta morale, cioè di trasformare la Sicilia e l’Italia, è diventata una necessità per sopravvivere. Io allora non ti dico per quale partito votare, perché penso che tu abbia avuto almeno la lucidità per fare una tua scelta ideale. Ti dico solo, all’interno di questo partito al quale affidi la tua coscienza di cittadino, di scegliere uomini intelligenti, soprattutto uomini onesti. E se hai coraggio e passione stai tu dentro quel partito a lottare per la tua parte. So quanto sia difficile, poiché manigoldi e ruffiani sono riusciti finora ad emarginare o eliminare gli intelligenti e gli onesti. Ma bisogna tentare, disperatamente, quotidianamente lottare e sperare. Altrimenti ignoranti, ladri e imbecilli ti affonderanno definitivamente nella merda!

(febbraio 1983)

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