Le città dei bambini

Le altalene recintate dal nastro bianco e rosso, chiuse ai bambini, sono una delle immagini più tristi di questa fase 2 dell’emergenza sanitaria, ma sono anche il simbolo di un’emergenza che ha rimosso il tema dell’infanzia, ha dimenticato della cura e della crescita dei più piccoli. Le bambine e i bambini sono stati derubricati a problema di “ordine” pubblico: dove li mettiamo mentre i genitori vanno a lavoro e se non possono andare dai nonni? La qualità del tempo, straordinariamente unico, che i bambini stanno vivendo in questa quarantena non è stata preso in considerazione. Ma ora tutto questo può e deve cambiare.

Non si può tornare a lavorare in nero

Ogni giorno le associazioni di categoria dei commercianti, dei ristoratori e di altre imprese affollano le pagine dei giornali con appelli a incentivi, sgravi fiscali, cancellazione delle tasse, sospensioni nei pagamenti di affitti e utenze. La chiusura obbligata di molte attività economiche ha ovviamente prodotto un azzeramento drammatico delle entrate e ora si rischia il fallimento. Gli enti locali sono in prima fila a studiare le modalità per venire incontro alle imprese. Ma c’è da pensare alle lavoratrici e ai lavoratori. Sarebbe assai grave che si consenta di non pagare le tasse e di ottenere incentivi a chi tiene lavoratori in nero o contratti falsi.

Quando la solidarietà non basterà più

Che sia il quattro maggio o qualunque altro giorno di primavera o d’estate, una cosa è certa: nella fase due della pandemia i poveri resteranno poveri, gli affamati continueranno ad avere fame. Nel frattempo però si sarà esaurita quella magnifica spinta alla solidarietà che ha animato per mesi cittadini e associazioni. Le Istituzioni non sono chiamate a organizzare l’elemosina ma a garantire diritti. È ora (non domani) il tempo di affrontare la fase 2 degli ultimi.