27 ottobre: dal 1962 al 2006, le vittime di corteo e metodi “di contenzione”

27 ottobre 1962, Giovanni Ardizzone, quel corteo pacifista contro la crisi di Cuba

Correvano l’anno 1962 e il giorno 27 ottobre. Meno di due settimane prima era esplosa la crisi del missili di Cuba e il mondo sembrava avviarsi a un conflitto caldo se non si fosse giunti tra Stati Uniti e Unione Sovietica a un accordo tale per cui Mosca avrebbe ritirato gli armamenti nucleari dall’isola e Washington avrebbe fatto altrettanto da Turchia e Italia. Intanto però per ogni dove si moltiplicavano le manifestazioni di pace e quel giorno, in quell’anno, ne era prevista una a Milano, in piazza Duomo, organizzata dalla Cgil.

Vi aveva preso parte anche uno studente di medicina di 21 anni. Un bel ragazzo che si chiamava Giovanni Ardizzone, ma quando il corteo ebbe terminato di concentrarsi partirono le cariche della celere. Il più agguerrito era il terzo battaglione di Padova, chiamato perché specializzato nel disperdere assembramenti di manifestanti, e uno dei suoi mezzi, secondo quanto venne raccolto tra chi assistette alla scena, passò sopra Giovanni e ad altri due pacifisti.

Le ferite erano gravi per tutti e se i due malcapitati investiti insieme al futuro medico riuscirono a cavarsela dopo una lunga degenza, il ragazzo smise di vivere qualche ora più tardi. Quando si diffuse la notizia della sua morte, a Milano scattò una protesta che durò giorni e la sua fotografia fu apposta sul sacrario ai caduti della Resistenza.

27 ottobre 1969, Cesare Pardini, morire per aver partecipato a una manifestazione antifascista

C’è già chi ha raccontato questa storia in modo perfetto. E allora vale la pena di usare le parole di Corrado Stajano tratte dal libro Il sovversivo:

Pisa, 1969. Ottobre è un mese di violenze fasciste e di risposte antifasciste. Il 21 fascisti italiani e greci legati al regime dei colonnelli aggrediscono davanti alla facoltà di lingue alcuni studenti democratici […]. Pochi giorni dopo i missini aggrediscono due giovani democratici e si rifugiano poi nella sede del MSI. C’è una reazione immediata di un migliaio di manifestanti, che vengono caricati dalla polizia.

Lunedì 27 i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale, appoggiati dai partiti esclusa la Dc e ovviamente l’Msi. Si svolge una manifestazione unitaria di circa 10.000 persone, senza incidenti. Dopo il breve comizio del sindaco socialista, Fausta Cecchini, “mentre i dimostranti se ne vanno, un gruppetto di Potere Operaio cerca di forzare il blocco della polizia attestata in difesa della sede del Msi, in via San Martino. La polizia carica. Il sindaco e altri testimoni assistono dal palazzo comunale alle aggressioni poliziesche. I feriti sono centinaia. Sul lungarno Gambacorta, vicino alla spalletta dell’Arno – a pochi passi dal luogo dove sarà colpito 3 anni dopo Serantini – un candelotto colpisce a morte un giovane di ventidue anni, Cesare Pardini. Aveva preso parte alla manifestazione antifascista, senza partecipare agli scontri che l’hanno seguita”: sta semplicemente tornando a casa con un amico. Secondo la questura è morto d’infarto: l’autopsia rivela che Pardini ha una costola spezzata e che è morto dieci minuti dopo “un trauma contusivo alla regione cardiaca”.

27 ottobre 2006, Riccardo Rasman e il suo incontro con agenti di polizia

Abbiamo già parlato di Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Sorin Calin e Federico Aldrovandi. La storia che si consuma il 27 ottobre 2006, pur nelle sue differenze, le richiama tutte. È quella di Riccardo Rasman, 34 anni, triestino.

L’uomo ha problemi psichici e quel giorno, poco dopo le 20, è già giunta una segnalazione al 113 perché la musica che sentiva era a volume alto, usciva sul terrazzo di casa nudo e lanciava petardi che rischiavano di ferire qualcuno. Nel giro di meno di un quarto d’ora arrivano due volanti della polizia e su di esse ci sono quattro agenti di polizia. Finisce in una colluttazione, quell’incontro, dopo l’intervento dei vigili del fuoco che devono aprire l’appartamento di Riccardo.

E a propria volta la colluttazione finisce con la morte del triestino, avvenuta intorno alle 20.43 di quella sera. Per quest’altra storia, fatta di una violenza eccessiva rispetto alla situazione che si era presentata, tre agenti finiscono condannati in via definitiva per omicidio colposo. Perché? Perché il decesso di Riccardo Rasman sarebbe stato “pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l’attività di violenta contenzione a terra […] consentendogli di respirare”,

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