14 settembre: delitti mafiosi tra Sicilia e Puglia

14 settembre 1988, punire il giudice Alberto Giacomelli a tre anni di distanza

In quanti possono dire di ricordarsi del nome di Alberto Giacomelli? Era un magistrato in pensione di Trapani, Alberto Giacomelli, e fu assassinato il 14 settembre 1988 con due colpi d’arma da fuoco, uno all’addome e l’altro alla testa. A ritrovarlo furono i carabinieri alle 8 del mattino, il corpo accasciato dietro la sua automobile parcheggiata in contrada Locogrande, e la matrice mafiosa fu subito evidente. Occorreva capire perché quel giudice, non più in servizio da un anno e dunque in potenza per nulla pericoloso a causa di indagini in corso, fosse stato giustiziato. E allora si andò a guardare a ciò che aveva fatto.

Se all’inizio si parlò di un monito alla magistratura senza alcuna motivazione più di dettaglio, poi si iniziò a comprendere. A comprendere intanto che un possibile mandante potesse essere Totò Riina, il boss dei corleonesi, e che la ragione dell’omicidio poteva risiedere nel fatto tre anni prima, nel 1985, c’era la firma di Alberto Giacomelli sull’ordine di confisca dei beni di un altro Riina, Giacomo, che aveva imperversato in mezza Italia, compresa in quella del nord.

Al mafioso era stata sequestrata una villa prestigiosa a Mazara del Vallo e quell’azione rappresentava una delle prime applicazioni della legge Rognoni-La Torre del 1982, quella che andava a colpire i patrimoni degli uomini d’onore. Dunque, anche se si attese del tempo prima di giustiziare Giacomelli, tornava comunque anche la prima motivazione: il monito alle azioni che un magistrato compiva, “punibili” anche ad anni di distanza. E intanto, pochissime settimane dopo altri due delitti eccellenti insanguinarono l’isola. Si trattava del giudice Antonino Saetta, ucciso a Caltanissetta il 25 settembre 1988 e del giornalista e attivista Mauro Rostagno, ammazzato il giorno dopo a Lenzi di Valderice. Ma avremo modo di parlarne.

14 settembre 1990, Nicola Ciuffreda, l’imprenditore onesto che non voleva le infiltrazioni

Per raccontare quest’altra storia spostiamoci di città, andando a Foggia, e di due anni, arrivando al 14 settembre 1990. Questa volta la vittima è Nicola Ciuffreda, 53 anni, ucciso in un cantiere di via Eugenio Masi. Lo freddano mentre l’uomo sta parlando con un gruppo di operai che forse non si accorge nemmeno che si sta avvicinando una moto da cui si inizia a sparare.

Nicola non muore subito, ma quasi inesistenti sono le speranze di salvarlo perché i proiettili lo hanno colpito alla testa, al collo, al dorso e agli arti inferiori. Ma perché farlo fuori? Il racket delle estorsioni viene messo da parte velocemente, come movente, e allora resta la questione del nuovo piano regolatore, che non si riesce mai a introdurre da vent’anni a quella. C’è infatti chi vorrebbe mettere le mani sulla città, come accaduto fin troppe volte lì come altrove, ma c’è un pugno di imprenditori onesti che si oppone al crimine organizzato.

Tra loro ci sono Nicola e la sua famiglia tanto che già poche settimane prima, in luglio, il fratello Pasquale aveva rischiato di fare una brutta fine. Ma quel primo attentato fallito non fa demordere i boss della città. E così l’episodio si ripete perché sia di monito per tutti. Con gli affari dei clan non si può interferire.

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