Circolo Ricreativo Orazio Buda

di Beatrice Pieri

A Librino un bene confiscato simbolo del fallimento dello Stato

C’è un bene confiscato alla mafia nel quartiere di Librino a Catania, che da anni è abbandonato, saccheggiato, utilizzato come discarica, come pisciatoio, tana di topi, blatte e pulci. Un tempo era un chiosco con centro scommesse. Poi la confisca e il passaggio all’Agenzia e al Dottor Belfiore, amministratore giudiziario e coadiutore, che se ne sarebbe dovuto prendere cura. Dopo tante denunce, è dovuto arrivare il Presidente della Commissione Nazionale antimafia per accendere finalmente i riflettori. Insieme a lui c’erano i consiglieri comunali 5 stelle Bonaccorsi e Diana, la deputata Suriano. C’erano I Siciliani. E c’erano alcuni abitanti del quartiere: “questo posto lo vogliamo riqualificare noi”.

«Attenzione che ci sono le pulci». Nicola Morra, Presidente della commissione nazionale antimafia, senatore della Repubblica, entra calpestando i vetri rotti dell’ex chiosco, con le mani si stringe la mascherina al viso e un abitante di Librino lo avverte: «Quelli del palazzo l’hanno fatto pulire la prima volta perché la spazzatura era così, alta». Il genovese esce con le braccia piegate sui fianchi, alzando bene le scarpe nere dai rifiuti e il catanese continua: «L’altra volta è successo che una persona stava facendo la pipì qua… Stava finendo a quarantotto».

Morra così inizia a discutere con il giornalista e il consigliere comunale e noi parliamo all’uomo di Librino, occhiali rettangolari e i capelli corti. Quando sente dire “antimafia” dall’altro gruppo scopre i denti: «A mia figlia ci piacciono queste cose, vuole diventare carabiniera. E non si fa convinta, anche quando dico ‘talìa du puppu’ mi fa bordello». Lo sguardo gli si fa furbo nel cercare i ricordi se gli chiediamo com’era il chiosco di Orazio Buda prima del sequestro, nel 2016, e la sua sigaretta brucia più in fretta: «Lì dentro c’erano le sedie, dietro il bancone gli schermi, a sinistra i computer per le scommesse e in mezzo al soffitto il proiettore per vedere le partite. Poi c’era un posto a parte dietro per vedere correre i cani». E ride: «Ogni tre mesi quelli se ne andavano coi nostri soldi a Sharm El-Scheik per le corse». Poi si fa serio: «E alla fine fuori c’erano i tavolini». La sigaretta è quasi al filtro, il catanese diventa nostalgico; dice vorrebbe un circolo al posto del locale vuoto e la discussione finisce. Morra va via dal viale Castagnola e noi capiamo che Orazio Buda ci sapeva fare coi chioschi, un giorno un giudice dirà se era bravo pure col voto di scambio, col riciclaggio e con i rapporti con Cosa Nostra.

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Graffi, seghettature, intagli e svirgole. La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie”.

Catania, Misterbianco, Paternò, e di nuovo quartiere Librino. Ottocentotrenta beni confiscati alla mafia tra città e provincia e tante, troppe, cose che non girano nel modo giusto. Beni che vivono il limbo del non essere assegnati, beni assegnati alle forze dell’ordine abbandonati da decenni, beni assegnati al Comune e privi di progetti di riutilizzo, beni distrutti, vandalizzati, depredati, resi scheletri. La prima impressione è quella di trovarsi in una giungla così complessa da perderci la testa.

Nel sottobosco della legalità da vetrina, troppo delicata e profumata per la durezza di queste strade dove tutto è nel “sistema”, ci sono tanti grigi da riempire. Se la strada puzza non è cacciando l’odore per qualche giorno che hai risolto il problema: ritorna, si riforma, diventa più prepotente. Tante delle parole che significano lotta sono ora vuote, tanto che le può dire chiunque.

Qua servono mani e braccia, pochi giudizi e tanto ascolto della gente che “per non sapere né leggere né scrivere” ha davvero tanto da insegnare. Serve avere nasi più forti per riconoscere la merda, spalle più larghe per farsene carico e voce più grossa per essere audaci. Serve conoscere: oltre il giudizio, oltre le intimissime convinzioni.

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